Benvenuti sul sito dell'Unione Sindacale Italiana!

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Gli articoli, i comunicati, le lotte, le iniziative, delle sezioni locali e nazionali, hanno un permanenza non lunga nella pagina per fare posto a nuovi documenti. Pertanto in automatico tutto viene archiviata. I/Le compagni/e interessati a documentazione non più presente nel sito, possono fare richiesta alla sede di Milano.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato (1901), olio su tela, cm 293x545, Milano, Museo del Novecento, Palazzo dell'Arengario. « Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d'una giornata d'estate, due contadini s'avanzano verso lo spettatore, sono i due designati dall'ordinata massa di contadini che van dietro per perorare presso il Signore la causa comune...  »

L'EMANCIPAZIONE DEI LAVORATORI SARÁ OPERA DEI LAVORATORI STESSI

L'Unione Sindacale Italiana, sezione italiana dell'A.I.T. (Association Internacional de los Trabajadores) fondata nel 1912, disciolta dal fascismo nel 1922, si è faticosamente ricostituita alla fine degli anni settanta. 

L'USI è l'organizzazione nazionale di tutti i salariati, i precari e disoccupati, di ogni sesso e nazionalità residenti in Italia che si propongono di raggiungere con le proprie forze l'emancipazione dell'uomo liberandosi da qualsiasi dominio economico, politico, morale. (Art. 2 Principi dell'USI) 

Coerentemente con gli scopi che si prefigge, l'USI tende all'autorganizzazione dei lavoratori; pratica la democrazia diretta; si fonda sui principi dell'autogestione; non è dipendente nè tributaria di alcun partito politico,di alcun movimento specifico, di alcun dogma religioso o laico.

L'Autogestione delle Lotte per l'Autogestione del Lavoro

 

L'affondo.

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Scritto da Sandro Martedì 01 Settembre 2015 09:02

L'affondo

di Francesco Raparelli

Riduzione del salario, fisco, carità: l'agenda neoliberale del governo Renzi. Il rapporto 2015 dell'Ocsel, l'osservatorio sulla contrattazione di secondo livello della CISL, ha censito 4.100 accordi siglati tra il 2009 e il 2014. Tanti. La lezione è semplice: non è vero che con la crisi si è fermata la contrattazione; è vero che si contratta diversamente. La contrattazione di secondo livello, neanche a dirlo, ha come obiettivo principale il contenimento o la riduzione del salario. Nel 2009, infatti, la contrattazione sugli aumenti salariali ricorreva nel 53% degli accordi, nel 2014 nel 13%.

La CISL, lo stesso sindacato che paga ai suoi funzionari compensi superiori ai 300 mila euro l'anno (circa 25 mila euro al mese, poco meno di 1.000 euro al giorno), si compiace per il lavoro fatto. La CISL, esperimento riuscito di sindacato neoliberale, dalla parte dei più forti.

Tra i target autunnali delle imprese, conseguentemente di Renzi, c'è proprio la contrattazione. Ridurre al minimo quella nazionale, liberandola dai contenuti redistributivi; estendere al massimo quella aziendale. Spostando interamente – salvo i minimi (?) – la contrattazione salariale sul piano aziendale, il salario si trasforma in variabile dipendente dai risultati. Di più, si scambia salario con welfare aziendale: meno soldi ma il nido per i bimbi, tanto quello pubblico, distrutto dalla spending review, non sarà mai disponibile. Tutto torna.

E sarà proprio la spending review, di 10 miliardi quella prevista per il 2016, a favorire la nuova politica fiscale del governo: 35 miliardi di tagli nei prossimi 3 anni. Si comincerà dalla Tasi e dall'Imu agricola, si proverà a disinnescare l'aumento Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, poi Irap (nel 2017) e Irpef (nel 2018). Mentre proseguirà, seppur lievemente ridotta, la decontribuzione (5 miliardi l'anno circa) per le imprese che accendono contratti a tutele crescenti, siano essi nuovi o semplici trasformazioni. Sembrerebbe mossa positiva, perché di certo la pressione fiscale italica è insostenibile, ma a pagarla saranno nuovamente i poveri, tanta sarà la riduzione dei servizi pubblici essenziali, in primo luogo la Sanità. Seppur non dichiarata come tale, è una mossa che rende l'imposta regressiva, in pieno stile thatcheriano. Poco o niente, inoltre, si fa per il mondo del lavoro professionale non imprenditoriale (3,5 milioni circa, tra professionisti atipici e ordinisti), quel mondo sempre più stremato da compensi bassi (il 50% circa dei freelance fattura non più di 15-18 mila euro l'anno), completa assenza di welfare, fisco e previdenza troppo onerosi (in particolare l'aliquota della gestione separata INPS).

Fermi tutti, il “ganzo” fiorentino si occuperà anche dei poveri, lo ha promesso a Caritas e Acli. Si chiama ReIS, Reddito di Inclusione Sociale, e piace a tanti, CISL e CGIL comprese. Una misura a dir poco marginale, rivolta alle famiglie che vivono in condizione di 'povertà assoluta', ovvero incapaci di accedere a beni primari quali la casa, l'acqua, la luce, il riscaldamento. Secondo i dati ISTAT, nel 2014 la povertà assoluta ha segnato il 5,7% delle famiglie, quella relativa il 10,3%. Va da sé che «tutti i membri della famiglia [che riceverà il ReIS] tra 18 e 65 anni ritenuti abili al lavoro devono attivarsi in tale direzione. Si tratta di cercare un lavoro, dare disponibilità a iniziare un’occupazione offerta dai Centri per l’impiego e a frequentare attività di formazione o riqualificazione professionale».

Dunque: misura caritatevole, familiare, fortemente condizionata. Non solo welfare to work, ma workfare caritatevole.

Quanto costa il ReIS?

A regime, cioè solo a partire dal quarto e ultimo anno di transizione, il ReIS costa 6 miliardi di euro l'anno, lo 0,34% del PIL. Sappiamo che l'ISTAT reputa necessari 14 miliardi l'anno, per la proposta di Reddito Minimo Garantito del M5S, e 19 miliardi l'anno, per quella depositata da SEL. Quando parliamo di ReIS, parliamo di briciole, utili a tenere a freno il disastro e a sostenere la gabbia familiare italica, l'unico welfare che c'è per milioni di giovani disoccupati e precari. D'altronde Cameron, riferimento renziano tra i più importanti, sta per sostituire i sussidi di disoccupazione con «work boot camp», campi di addestramento obbligatori al lavoro. Gli echi nefasti delle parole, si sa, non spaventano neanche un po' i vampiri neoliberali. Il sangue dei giovani disoccupati è così eccitante, no?

Questa è l'agenda, questa la merda che ci toccherà in sorte nei prossimi mesi. Vale la pena, senza girarci attorno, farsi le domande che contano.

Saremo in grado di costruire una mobilitazione moltitudinaria capace di connettere lavoro precario e disoccupati, lavoro autonomo e stabile, cattolicesimo di base e sindacati conflittuali, ma soprattutto di pretendere reddito di base (incondizionato, rivolto ai singoli, per tutti, ecc.) e welfare universale?

Saremo capaci di inventare e/o consolidare nuovi dispositivi sindacali in grado di organizzare (quotidianamente) i non organizzati (partite Iva, precari, lavoro migrante, ecc.)?

Sapremo estendere sul piano europeo il conflitto anti-austerity e per l'uguaglianza (salario minimo europeo, imposta progressiva, tassazione delle rendite finanziarie, tetto ai compensi di manager privati e pubblici, ecc.)?

Queste a me paiono le domande alle quali movimenti e coalizioni che non si rassegnano alla marginalità dovrebbero rispondere.

O almeno provarci.

   

La guerra delle monete. La Cina risponde

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Scritto da Sandro Lunedì 31 Agosto 2015 10:59

La guerra delle monete l’ha iniziata la BCE, la Cina risponde

Alberto Bagnai

Vladimiro Giacché ha commentato così su Twitter le ultime vicende cinesi: “La Cina svaluta dell’1,9% e molti gridano alla guerra valutaria. Gli stessi che ritengono un regalo la rivalutazione del 350% del marco DDR”. Vi chiederete: “Ma cosa c’entrano vicende europee di 25 anni or sono con quanto sta accadendo in Cina oggi?” Risponderò con dei dati e un proverbio (italiano, perché dalla Cina importiamo già troppo).

Nel 2013 il surplus della bilancia dei pagamenti dell’Eurozona ha superato quello della Cina: rispettivamente, 251 e 182 miliardi di dollari. Questo risultato ovviamente è dovuto all’unica economia rimasta in piedi, quella tedesca. La Germania aveva superato la Cina nel 2011: 228 miliardi di surplus estero contro 136. Cina e Germania sono le due più forti potenze esportatrici al mondo, ma hanno gestito questa loro posizione in modo molto diverso.

La Cina ha lasciato rivalutare il renminbi rispetto al dollaro, per un totale del 25% da giugno 2005 a giugno 2015. Ciò ha reso i prodotti cinesi meno convenienti sui mercati internazionali, soprattutto perché in Cina i prezzi sono cresciuti più rapidamente. Di conseguenza in Cina il tasso di cambio reale, cioè corretto per l’inflazione, è cresciuto del 45% in dieci anni. I giornali raccontavano la favoletta del cinese sleale che trucca il cambio per drogare il surplus estero, ma stava succedendo il contrario: il saldo commerciale cinese, dal 6% del Pil nel 2005, scendeva a un più moderato 2% nel 2014. La Germania si è comportata in modo opposto: il suo cambio reale è sceso e il suo surplus estero cresciuto.

Ma se la Germania si è comportata così, puntando a un’espansione senza limiti del suo surplus estero, perché invece la Cina ha lasciato rivalutare la sua valuta e ha ridotto il suo surplus? Per fare un favore a noi? No, per farlo a se stessa. Una crescita sostenuta principalmente dalle esportazioni è fragile, per due motivi.

Il primo è quello che ha messo in ginocchio l’Eurozona: le esportazioni di uno sono importazioni di un altro, e chi vuole campare sulle importazioni altrui deve finanziargliele. Finché le cose andavano bene, le banche tedesche non si chiedevano se i soldi prestati ai greci per comprare prodotti tedeschi sarebbero stati restituiti. Allo scoppio della crisi finanziaria, il meccanismo si è inceppato. Sotto questo profilo la Cina corre meno rischi: il suo principale debitore sono gli Stati Uniti, per ora più solidi della Grecia. Ma crescere sulla spesa altrui è comunque una pessima idea. L’esportatore, per il fatto stesso di esportare agli altri i propri beni, importa dagli altri i loro problemi. Chi conta sulla capacità di spesa degli altrui cittadini è rovinato quando questa per qualche motivo viene a mancare.

I cinesi lo capiscono, e per questo, saggiamente, da circa 10 anni pilotano la loro valuta al rialzo e il loro saldo commerciale al ribasso, nel tentativo di sganciarsi dalle fluttuazioni dell’economia globale. I tedeschi no: accecati dalla loro volontà di potenza, dopo aver superato la Cina hanno svalutato in termini reali di un altro 5%, e portato il loro surplus oltre la soglia massima prevista dai regolamenti europei (il 6%). Questa ottusità sta già dando i suoi frutti: a giugno l’indice della produzione industriale tedesca è calato dell’1,4% rispetto a maggio. Gli analisti dicono che ciò è dovuto alle difficoltà dei paesi emergenti, i paesi sulla cui capacità di spesa la Germania ha deciso di campare, dopo aver sbriciolato la nostra imponendoci l’austerità. Ma la Germania ha determinato anche le difficoltà dei suoi nuovi clienti, i paesi emergenti. La valuta cinese era agganciata fino a tre giorni fa al dollaro: la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro per circa il 20%, avvenuta nell’ultimo anno, è stata quindi una pari rivalutazione dello yuan sull’euro.

E qui arriva il proverbio: il lupo perde il pelo ma non il vizio: che sia la rivalutazione del 350% imposta alla Germania Est, o quella di circa il 20% imposta alla Cina, la Germania non riesce a concepire un modello di sviluppo che non passi per la manipolazione della propria valuta ai danni altrui. Chi vuole parlare di guerra valutaria si ricordi che a dichiararla è stata la Germania, quando, da massima potenza esportatrice mondiale, ha ingiunto a Draghi di deprezzare l’euro. Una decisione motivata dal tentativo di dare un minimo di respiro alle economie deboli dell’Eurozona per salvare l’euro. La brusca svalutazione dell’euro (cioè rivalutazione dello yuan) ha però messo in difficoltà la Cina, e quindi, a ricasco, la Germania, che così, ancora una volta, sta segando il ramo sul quale siede, anche perché i cinesi, a differenza dei cugini della Germania Est, se aggrediti reagiscono.

La reazione non poteva che essere una svalutazione dello yuan, che metterà in difficoltà le nostre aziende che esportano in Cina. Chi pensava che il crollo dell’economia italiana non lo riguardasse, perché tanto lui vendeva in Cina, ha fatto male i conti. In un’economia interconnessa come quella odierna, le scelte sbagliate dei tuoi governanti ti inseguono ovunque.

Digli di smettere.

   

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