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No al geniocidio dei lavoratori

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Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Agosto 2023 14:31 Scritto da Sandro Giovedì 31 Agosto 2023 13:54

No al genocidio dei  LAVORATORI!

 

Cos’è il lavoro? Dignità? Lo strumento per costruirsi un futuro? La speranza del riscatto?

 

Nel 2023, no è cosi.

Oggi morire per il lavoro, è perdere il presente non solo il futuro e, soprattutto, la speranza è tolta ed al suo posto fame e sofferenza.

 

Oggi, 30.08.23,  la giornata è iniziata con altre 5 morti e due sopravisuti.

5 operai lungo i binari della ferrovia, mentre laavoravano sono stati travolti da un treno a 160 km orari.

Alla luce di quest’ ennesima tragedia, noi ribadiamo che il problema è la sicurezza al lavoro.

Il concetto di lavoro che questa società non rispetta. Sacrificare il lavoratore o lavoratrice all'altare del profitto, escludendo ogni nostra tutela di salariati e lavoratori è un crimine.

NON CI STIAMO! NO! NOI NON CI STIAMO!

 

Non è una società civile quella che ha perso il senso del valore della vita.

Per quanto si voglia far credere ad eventi fortuiti, ad “incidenti”, le morti sul lavoro portano con sé le responsabilità "Il Profitto" che disconoscono  norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Misure che, se attuate, non avremmo questi numeri da fronte di guerra, con infortuni e morti sul lavoro.

 

Ai padroni conviene allo stato della loro impunità rischiare con la vita dei lavoratori e risparmiare sui costi della sicurezza e aumentare i  profitti.

La richiesta di produttività in un sistema arretrato, avallato da O.S. statuali è un errore grave. serve una tendenza che si oppone in modo radicale a questo modo di concepire il lavoro.

Denunciamo: che tutti i Governi (e i Presidenti della Repubblica) si sono sperticati in annunci d’interventi, ma ciò e rimasto una pia intenzione.

Una realtà che confligge: ci sono livelli occupazionali ridotti nelle attività, ritmi frenetici e disumani, insufficiente formazione preventiva e continua, mancate forniture dei DPI … e gli Ispettori del Ministero del Lavoro annullati dai tutti i governi che la loro funzione diventa irrilevante a verificare le condizioni di salute e sicurezza sui posti di lavoro.

 

USI CT&S non ha mai fatto mancare la sua presenza con azioni concrete a tutela e difesa di noi lavoratori, anche con esposti e segnalazioni.

 

Prola d'ordine è BASTA MORTI SUL LAVORO!

 

31/08/2023

USI-CT&S Roma

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Appello alla solidarietà con i lavoratori in Myanmar:

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Giugno 2023 14:31 Scritto da Sandro Mercoledì 21 Giugno 2023 14:21

Germany, FAU, direkte aktion:

Appello alla solidarietà con i lavoratori in Myanmar:

I MILITARI PROVANO A FERMARE TUTTE LE SINDACALIZZAZIONI (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Il collegamento in rete con la Federazione dei lavoratori generali del Myanmar (FGWM) si è intensificato negli ultimi tre anni. Durante quel periodo, molto è stato coordinato insieme. Ad esempio, i sindacati FAU hanno tenuto manifestazioni in varie città davanti ai negozi H&M e Adidas, e abbiamo raccolto quasi 15.000 euro in una campagna di raccolta fondi congiunta per sostenere il movimento di resistenza in Myanmar. Alla fine dello scorso anno, i membri della FAU Hamburg erano a Mae Sot (Thailandia) e lì hanno incontrato i compagni della FGWM, che sono riusciti a fuggire grazie a questo sostegno e ora continuano il loro lavoro sindacale dall'esilio.

La FGWM è un'associazione di attualmente 40 sindacati di fabbrica e di settore.

Ha le sue origini nel settore tessile.

Dopo il colpo di stato militare del febbraio 2021, è stato il FGWM, tra gli altri, a indire manifestazioni e scioperi generali, con gran parte della popolazione che ha cercato di rovesciare nuovamente i militari. La situazione è ora ulteriormente peggiorata. Secondo l'Associazione di assistenza ai prigionieri politici, quasi 21.300 attivisti sono stati arrestati e 3.225 uccisi nel corso della successiva ondata di repressione.

Nel frattempo, la maggior parte di coloro che hanno svolto un ruolo chiave nella creazione della FGWM sono in esilio. Ma nonostante ciò, continuano a lavorare instancabilmente per garantire il rovesciamento della giunta militare. Alcuni si sono uniti ai gruppi di resistenza militante. La FGWM è stata dichiarata illegale dai militari poco dopo il colpo di stato, ma vi sono ancora organizzati migliaia di operai. Si sta lavorando anche per creare più sindacati di base.

Anche noi abbiamo una responsabilità: i militari stanno cercando di fermare ogni organizzazione sindacale. Non è raro che i proprietari delle fabbriche chiamino l'esercito per distruggere gli scioperi: le pessime condizioni di lavoro vengono mantenute o addirittura aggravate. Ne beneficeranno i marchi che continuano a produrre negli stabilimenti.

Marchi come Adidas, H&M e Zara. Capi che a volte finiscono nei nostri armadi.

La FGWM ha ora in programma una sorta di scuola estiva: 15 lavoratori delle fabbriche della zona industriale di Yangon verranno informati qui in 10 giorni sulle basi del diritto del lavoro e apprenderanno metodi su come organizzarsi sul posto di lavoro. Ma per poterlo fare, hanno bisogno del nostro supporto. I lavoratori devono raggiungere in sicurezza il luogo in cui si svolgeranno i workshop. Hanno bisogno di alloggio, vitto e devono pagare le spese di viaggio in un paese dove tali campi sono severamente vietati ei partecipanti pagano con la vita in caso di dubbio.

Quindi ancora una volta 15.000 euro sono necessari per sostenere i nostri compagni nella lotta contro lo sfruttamento e contro la dittatura militare. Poiché la FGWM non può riscuotere le quote associative nelle circostanze date, le nostre donazioni sono fondamentali per mantenere viva questa parte sindacale del movimento di resistenza. Quindi ci sarà di nuovo la raccolta fondi.

Puoi trovare maggiori informazioni su globalmayday.net e sul sito web della FAU Hamburg.

Sostieni la raccolta fondi, non solo con denaro.

Contatta FAU Amburgo o

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21 Jun 2023 09:59

 

   

Tenuta economica della Russia

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Scritto da Sandro Martedì 20 Giugno 2023 14:12

I fattori dietro la (sorprendente) tenuta economica della Russia

di Giacomo Gabellini

L’offensiva militare, economica, finanziaria e commerciale scatenata dal cosiddetto “Occidente collettivo” contro la Federazione Russa nasce da una palese sottovalutazione «della coesione sociale della Russia, del suo potenziale militare latente e della sua relativa immunità alle sanzioni economiche». L’intera campagna sanzionatoria imposta da Stati Uniti ed Unione Europea, in particolare, si fondava sulla previsione che la Russia non sarebbe stata in grado di reggere un lungo periodo di pressione economica e finanziaria esterna, in virtù della debolezza strutturale, dell’arretratezza e degli squilibri che caratterizzano il suo sistema produttivo.

I dati indicano che, alla fine del febbraio 2022, la Russia registrava un debito pubblico corrispondente ad appena il 12,5% del Pil, una posizione finanziaria netta fortemente positiva e riserve auree pari a circa 2.300 tonnellate. L’oro riveste una rilevanza particolare, trattandosi del tradizionale “bene rifugio” che tende sistematicamente a rivalutarsi proprio in presenza di congiunture critiche come quella delineatasi per effetto dell’attacco all’Ucraina. Stesso discorso vale per tutte le commodity di cui la Russia è produttrice di primissimo piano, dal petrolio al gas, dall’alluminio al cobalto, dal rame al nichel, dal palladio al titanio, dal ferro all’acciaio, dal platino ai cereali, dal legname all’uranio, dal carbone all’argento, dai mangimi ai fertilizzanti.

L’incremento combinato dei prezzi delle materie prime e dei prodotti raffinati i cui mercati risultano fortemente presidiati dalla Federazione Russa – la cui posizione si è ulteriormente rafforzata con l’incorporazione dei giacimenti di carbone, ferro, titanio, manganese, mercurio, nichel, cobalto, uranio, terre rare di vario genere e idrocarburi non convenzionali presenti nei territori delle repubbliche secessioniste di Donec’k e Luhans’k – ha per un verso penalizzato enormemente la categoria dei Paesi importatori netti, in cui rientra gran parte dell’“Occidente collettivo”.

Per l’altro, ha assicurato alla Russia un volume di proventi talmente imponente da attenuare in maniera sensibile l’impatto dirompente prodotto dal congelamento delle riserve russe detenute presso istituzioni finanziarie estere.

I settori dell'economia russa ad alto valore aggiunto

Le principali categorie merceologiche di cui si compone l’export russo (petrolio, gas, materie prime, prodotti agricoli) delineano i contorni di un’economia non all’avanguardia, ma il discorso cambia completamente se si tengono in debita considerazione sia le punte di eccellenza raggiunte dal Paese in campo nucleare, aerospaziale, informatico e militare, sia il volume assai considerevole di entrate assicurato allo Stato dalla vendita all’estero di macchinari ed equipaggiamenti. Le attuali economie avanzate, strutturatesi nella forma odierna sulla base degli indirizzi strategici affermatisi a partire dagli anni ’80, poggiano soprattutto su attività ad alto valore aggiunto riconducibili al settore terziario, che apportano un contributo alla formazione del Pil di gran lunga superiore a quello assicurato dai comparti ricompresi nei settori primario e secondario. Nelle economie moderne, servizi finanziari e assicurativi, consulenze, nuovi sistemi di comunicazione e design risultano predominanti rispetto ad agricoltura, manifattura, estrazione di idrocarburi e minerali.

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Un Paese come gli Stati Uniti può quindi contare sul colossale apporto alla “produzione di ricchezza” fornito dalle spese sanitarie gonfiate a dismisura, dalla crescita esorbitante delle cause legali fittizie che arricchiscono interi eserciti di avvocati, dal sistema carcerario privatizzato che fa lobby al Congresso per ottenere leggi in grado di garantire il maggior numero di detenuti possibile, ecc.

Alcuni economisti sia europei che statunitensi si sono addirittura spinti a sostenere l’integrazione della prostituzione e del traffico di stupefacenti nel paniere dei servizi che concorrono alla formazione del Pil.

I (veri) dati dell'economia russa

Se, come evidenziano i dati della Banca Mondiale, in termini di Pil nominale l’economia russa (1.779 miliardi di dollari nel 2022) risulta paragonabile per dimensioni a quella italiana (2.108 miliardi), sotto il profilo della parità di potere d’acquisto (4.808 miliardi, contro i 2.741 dell’Italia) tende invece ad avvicinarsi a quella tedesca (4.848 miliardi). Ma, evidenzia l’economista Jacques Sapir, neppure il Ppa riflette appieno la rilevanza della Federazione Russa, i cui vantaggi strategici connessi a “stazza”, posizione geografica e struttura economica a trazione agricolo-industriale-edilizia le conferiscono una capacità di resistenza pressoché inconcepibile per ogni altro Paese.

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L’economia della Russia, che con una popolazione universitaria di 2,2 volte inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti forma il 30% di ingegneri in più, si incardina infatti su produzioni fondamentali, perché necessarie alla soddisfazione dei bisogni primari. Idrocarburi, metalli, cereali, fertilizzanti, mangimi sono risorse imprescindibili per garantire riscaldamento e sicurezza sia alimentare che energetica.

Condizioni assicurate in periodi di stabilità, ma che divengono improvvisamente vacillanti in presenza di congiunture geopolitiche altamente conflittuali, in cui si riscopre il primato di petrolio, gas, alluminio, nichel, grano, ecc. rispetto a tutto il resto. La rivista «The American Conservative» nota in proposito che:

«la spettacolare crescita dei settori ad alta intensità di capitale, insieme alla loro ricchezza nominale e produttività, ha portato molti a Washington e in varie capitali occidentali non solo ad abbracciarli, ma anche a preferirli politicamente, culturalmente e ideologicamente. Noi americani siamo particolarmente orgogliosi, ad esempio, del successo dei nostri giganti della tecnologia come motori di innovazione, crescita e prestigio nazionale. Internet e le varie applicazioni per gli smartphone sono considerate da molti intrinsecamente democratizzanti, fungendo effettivamente da canale di diffusione per i valori americani e di promozione degli interessi nazionali statunitensi. Questo amore per i settori dei servizi si traduce in una tendenza a identificare le industrie ad alta intensità di manodopera del passato – energia, agricoltura, estrazione di risorse, produzione – come reliquie del passato. Ma questa prospettiva distorta ci ha lasciato impreparati per un mondo in cui i beni tangibili sono ancora una volta di vitale importanza, come dimostrato plasticamente dalla guerra in Ucraina».

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Il conflitto in Ucraina: i numeri del complesso militare industriale

Come ha dichiarato nel febbraio 2023 il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, lo schieramento atlantista aveva fino a quel momento assicurato all’Ucraina un’assistenza militare, finanziaria e umanitaria senza precedenti, quantificata in 120 miliardi di dollari. Il trasferimento di materiale bellico a Kiev si è rivelato talmente ingente da svuotare letteralmente gli arsenali di molti Paesi membri della Nato. La Danimarca ha consegnato tutti e 19 gli obici semoventi di fabbricazione francese Caesar in proprio possesso. Il Ministero della Difesa tedesco ha ammesso che, qualora si fosse ritrovata a combattere una guerra ad alta intensità come quella russo-ucraina, la Germania avrebbe esaurito le munizioni nell’arco di appena due giorni. Stesso discorso vale per Francia e Gran Bretagna, mentre il Pentagono ha avanzato dubbi circa la capacità degli Stati Uniti di continuare a rifornire l’Ucraina senza distogliere armi ed equipaggiamenti da teatri di primario interesse quali quello del Mar Cinese meridionale. Alla fine del 2022, rilevava il Royal United Services Institute britannico, il Dipartimento della Difesa statunitense aveva ceduto all’Ucraina «circa un terzo delle riserve di missili anticarro Javelin e di quelli antiaerei Stinger: ripianare tali scorte richiederà rispettivamente 5 e 13 anni». Per quanto concerne le munizioni dei lanciarazzi campali multipli Himars, «a fronte di una produzione di 9.000 razzi all’anno, le forze armate ucraine ne consumano almeno 5.000 al mese».

Nemmeno il rapido e imponente incremento (500%) della produzione di proiettili d’artiglieria realizzato dal “complesso militar-industriale” è risultato sufficiente a compensare l’erosione delle riserve strategiche di armi e munizioni a disposizione degli Usa. Al punto da indurre Washington a rivolgersi alla Corea del Sud, il cui governo ha «accettato di fornire in prestito agli Stati Uniti 500.000 proiettili di artiglieria da 155mm che non saranno però forniti a Kiev ma consentiranno all’Us Army di non depauperare troppo le sue riserve di munizioni ridottesi in seguito alle massicce forniture all’Ucraina». Come ha riconosciuto Stoltenberg, «il nostro attuale ritmo di produzione delle munizioni è di molte volte inferiore al livello di consumo da parte dell’Ucraina», che risulta a sua volta enormemente ridotto rispetto a quello della Russia. La quale è riuscita a sparare fino a 50.000-60.000 proiettili d’artiglieria al giorno a fronte dei 5.000-6.000 esplosi dall’Ucraina e – secondo fonti di intelligence britanniche riportate dal «Washington Post» – a produrne nell’arco del 2022 qualcosa come 1,7 milioni di unità, contro le 180.000 fabbricate dagli Usa. Segno di una capacità industriale notevolissima, supportata da catene di approvvigionamento di materiali critici e componentistica solide e perfettamente funzionanti.

Il finanziamento dello sforzo bellico, per di più, non ha comportato alcuna distorsione della struttura economica russa;

lo si evince da una stima formulata da una fonte “al di sopra di ogni sospetto” come l’«Economist», secondo cui le spese militari sostenute da Mosca nel corso del primo anno di guerra avrebbero assorbito circa 67 miliardi di dollari, pari ad “appena” il 3% del Pil russo. Una percentuale tutto sommato modesta, specialmente se raffrontata a quelle raggiunte sia dall’Unione Sovietica (61%) che dagli Stati Uniti (53%) nelle fasi più acute della Seconda Guerra Mondiale.

La vera forza dell’arsenale difensivo a disposizione della Russia risiede quindi nelle caratteristiche della sua struttura economica nella centralità che il Paese riveste rispetto al commercio internazionale, oltre che nell’indisponibilità del resto del mondo ad aderire alla campagna sanzionatoria imposta dal cosiddetto “Occidente collettivo”. Nonché dall’attivismo della Repubblica Popolare Cinese; di fronte al deflusso delle multinazionali occidentali dal Paese, Mosca ha reagito non soltanto nazionalizzandone gli asset e affidando la gestione degli stabilimenti sottoposti a confisca ad amministratori esterni secondo una logica di preservazione della continuità aziendale implicante necessariamente anche il sequestro dei brevetti (in assenza dei quali la produzione rimane pressoché impossibile), ma anche schiudendo le porte del mercato nazionale alle società sia pubbliche che private cinesi. Le quali hanno prontamente occupato gli spazi lasciati vuoti – soltanto parzialmente – dalle aziende europee e statunitensi, e costituito allo stesso tempo alleanze strategiche con le imprese locali operanti nei cruciali settori energetico, minerario e metallurgico.

Tutti aspetti, questi ultimi, che politici e specialisti di spicco del cosiddetto “Occidente collettivo”, persuasi che le misure punitive “da fine del mondo” avrebbero condannato la Russia all’isolamento e alla bancarotta nell’arco di poche settimane, non sono stati minimamente in grado di prevedere, nell’ambito di quello che l’economista Patricia Adams considera «il più monumentale errore di calcolo della storia moderna».

 

   

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