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Improvvisazioni a tutela dei soggetti fragili

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Marzo 2020 08:47 Scritto da Sandro Mercoledì 25 Marzo 2020 08:40

ATTIVAZIONE DEL SERVIZIO DI ASSISTENZA DOMICILIARE PER GLI UTENTI

DEI CENTRI DIURNI ALZHEIMER E  IMPIEGO DEI RELATIVI OPERATORI


Con la presente facciamo seguito alla nota già inviata in data 14.03 u.s., allegata, e alla nota pubblicata in data 22.03 nel sito di Roma Capitale,  “Sociale, sostegno alternativo per utenti dei centri semiresidenziali chiusi”,  per sottolineare di seguito le evidenti criticità di tale provvedimento.

 

Nella precedente nota, in toto richiamata, avevamo già fatto presente la mancanza di presupposti legali per commutare un servizio semiresidenziale come il Centro Diurno Alzheimer, in un servizio di assistenza domiciliare, non essendo stati seguiti tutti i protocolli e senza aver fatto le valutazioni tecniche necessarie per ridefinire i piani individuali di intervento di ogni utente, coinvolgendo tutta una serie di “attori” dell’intervento sociale integrato (ASL, Municipio, Dipartimento, Cooperativa). In aggiunta a ciò si sottolineava l’impossibilità di aver eseguito, precedentemente all’attivazione di questo servizio, verifiche della compatibilità dei domicili con le norme di salute e di sicurezza degli ambienti di lavoro, come è obbligatorio per legge, tramite precise visite domiciliari, così come non si è proceduto alla sanificazione del luogo di lavoro, in ottemperanza alle recenti determinazionI governative in materia di Coronavirus. E, infine, si evidenziava ulteriormente l’estrema difficoltà al rispetto da parte dell’utenza della distanza minima di un metro prevista dalle norme sanitarie per evitare il contagio, nonché le difficoltà per gli operatori di recarsi nei domicili con i mezzi pubblici, ridotti all’essenziale e con evidente maggior rischio di contagio.

 

  • Nonostante il richiamo a queste obiettive criticità, la rimodulazione del servizio di questi Centri Diurni in assistenza domiciliare è stata avvallata dalla Sindaca e dall’Assessorato alle Politiche Sociali, senza alcuna considerazione di precisi dati di fatto.

 

Si vuole infatti ribadire che: l’utenza dei centri diurni Alzheimer è composta da persone anziane che, nella assoluta maggioranza dei casi, vivono nel loro domicilio con familiari o badanti (non potendo evidentemente essere lasciati soli a domicilio nei giorni in cui non frequentano il servizio), per cui il nostro intervento, come si svolge nei centri suddetti, è esclusivamente di tipo sociale, di integrazione e ricreativo. Tale intervento, quindi, anche se svolto a domicilio, non rientra in alcun modo nella fattispecie di “essenzialità” di intervento sanitario, come invece richiesto dalla logica di tutte le  disposizioni governative in materia di contenimento del contagio, contenimento che può essere fatto SOLO ed ESCLUSIVAMENTE limitando al massimo i contatti con l’esterno. L’operatore SOCIALE che si reca al domicilio dell’anziano, seppur con tutti i dispositivi individuali di protezione, per fare un intervento di tipo esclusivamente, ripetiamo, sociale (non essendo un dipendente del comparto della sanità pubblica e non avendo altre mansioni quindi), quale può essere compagnia o sollievo alla famiglia dell’assistito, seppur svolgendo un intervento indiscutibilmente importante, crea una situazione di GRAVE  e OBIETTIVO rischio alla salute dell’anziano, della famiglia che lo circonda, dell’eventuale badante che lo assiste, poiché l’operatore viene dall’esterno e può essere in qualsiasi maniera portatore di contagio per gli altri, nonché (e non è meno importante) per se stesso e la sua famiglia.

 

  • Nella logica della tutela della salute pubblica e principalmente delle fasce più deboli quali sono gli anziani (statisticamente gli over 65 sono l’80% dei colpiti dal Coronavirus), gli unici interventi possibili a domicilio per anziani fragili, che comunque, come abbiamo già detto, vivono con familiari o badanti, in questo momento di EMERGENZA sanitaria mondiale, sono interventi ESSENZIALI SANITARI non differibili (che possono essere cioè svolti esclusivamente da personale sanitario). Qualsiasi altro tipo di intervento comporta un’ esposizione al rischio di contagio non ammissibile per l’utenza e i lavoratori coinvolti, che, è bene ricordare,  non svolgono il servizio domiciliare solo da un unico anziano ma si spostano di casa in casa, molto spesso con mezzi pubblici, creando così una rete di possibili contagi che si viene ad allargare  a macchia d’olio, il tutto, non ci stanchiamo di ripeterlo, per interventi non essenziali alla salute pubblica.

 

E la “non essenzialità” del nostro intervento ce la ricorda anche la memoria storica del Centro Diurno Alzheimer Tre Fontane che nel 2016, quando la giunta Raggi si era da poco insediata in Campidoglio, fu chiuso per disposizione dei Municipi VIII   e IX,  che lo hanno in gestione, per questioni burocratiche relative all’assegnazione dei rispettivi bandi di gara, per un periodo totale di 5 mesi. Tale chiusura fu comunicata alle famiglie nel giro di una settimana e gli anziani rimasero in parte a casa, in parte furono inviati in altri centri (non Alzheimer e quindi senza personale formato adeguatamente), creando evidente destabilizzazione all’utenza. All’epoca non vi era alcuna pandemia e il Centro, nonostante le numerose proteste degli operatori e dei familiari che si recarono personalmente in Campidoglio più di una volta senza essere mai ricevuti né dalla Sindaca né dall’Assessorato, non fu riaperto se non dopo cinque mesi (nei quali tra l’altro i lavoratori non percepirono alcuna retribuzione) e fu riaperto solo ed esclusivamente per l’intervento dei lavoratori e dei familiari coordinati dal fondamentale sostegno del sindacato U.S.I.  Se all’epoca, quindi, non veniva ritenuto dall’Amministrazione vigente un grave danno privare gli anziani del nostro servizio, per mere questioni burocratiche, non si comprende come adesso la mancanza del medesimo tipo di intervento dovrebbe comportare un danno tale da superare la tutela della salute e della vita dei suddetti anziani.

 

Siccome, tuttavia, non è nostro costume criticare senza pensare contemporaneamente a possibili soluzioni alternative per la tutela delle fasce più deboli verso cui il nostro lavoro è sempre diretto, proponiamo di seguito una semplice considerazione. Come sottolineato oggi anche da un articolo apparso sul quotidiano “La Repubblica”, la maggior tutela dal punto di vista sanitario  per gli anziani, in questo periodo emergenziale, si ha nel momento in cui la persona anziana viene a contatto con meno persone possibili, fossero anche i suoi famigliari, che per evidenti esigenze di “vita” frequentano l’esterno, si spostano dalla loro casa, vanno a fare la spesa, etc.

 

Si ha quindi la necessità che l’anziano abbia UNA SOLA  persona di riferimento convivente per l’intero periodo dell’emergenza e che può essere o una badante già presente oppure un familiare dedicato. Un intervento attento e rientrante nella assoluta logica della primaria tutela della salute pubblica, avrebbe quindi potuto pensare a sostenere la persona convivente con l’anziano (badante, familiare, etc) tramite, ad es. contributi statali,

quali bonus extra per le badanti,  semplificazione di procedure burocratiche in tema di permesso di soggiorno, sempre per le badanti, oppure congedi speciali e contributi per i familiari che avrebbero dovuto farsi carico di quest’onere. Così facendo, alla tutela dell’anziano si sarebbe unito il perseguimento del principale obiettivo che ci impone questa drammatica pandemia mondiale, ovvero il contenimento del contagio, con quante più modalità è possibile attuarlo, modalità che non possono certo concepire l’idea di un operatore che girando di casa in casa diventa tramite e mezzo di diffusione del contagio.

 

Certi della Vostra comprensione e di una Vostra fattiva risposta, cogliamo l’occasione per porgere i nostri distinti saluti.

 

Laura Pece R.S.A. USI

Centro Alzheimer Tre Fontane

 

 

Le mancate tutele alla salute

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Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Marzo 2020 09:33 Scritto da Sandro Mercoledì 25 Marzo 2020 08:34

Lettera aperta di un gruppo di operatori e operatrici del SAD di Bologna

 

All’attenzione:

degli operatori e delle operatrici del SAD di Bologna

degli utenti del servizio SAD Anziani e Disabili Adulti e dei loro famigliari

delle Cooperative del Consorzio Aldebaran: Áncora Servizi, Asscoop, Cadiai, Società Dolce,

del Presidente della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna e degli Assessori competenti

del Sindaco di Bologna e degli Assessori competenti

dell’ASP Città di Bologna

dell’AUSL di Bologna

delle Organizzazioni Sindacali di categoria nazionali e territoriali

delle Agenzie di informazione locali

 

Siamo un gruppo di Educatori ed Educatrici Professionali e Operatori Socio-Sanitari che lavorano nel SAD Anziani e Disabili Adulti sul territorio del Comune di Bologna.

Abbiamo scelto questa modalità di comunicazione in quanto ci sembra l’unica diretta, autentica e chiara per poter esporre in modo sintetico tutto quello che stiamo affrontando in questi giorni di emergenza sanitaria come lavoratori, non meno che come cittadini, e ancor più come madri, padri e in generale persone coinvolte in rapporti affettivi, di convivenza, di cura, e dotate di quell’amor proprio che ci rende esseri umani.

Il lavoro che facciamo ha come funzione principale quella del mantenimento e, quando possibile, del miglioramento del benessere di vita della nostra utenza. Tale macro-obiettivo comprende tanto gli aspetti legati alla salute fisica ed emotiva, quanto quelli educativi e assistenziali, tutti accomunati da un elemento strutturale e contestuale di non poca importanza, ovvero il domicilio dell’utenza. Eh già, perché, come si evince dall’acronimo SAD (Servizio Assistenziale Domiciliare), noi siamo gli operatori e le operatrici che lavorano individualmente (o in coppia) sul territorio, “a casa” dell’utenza, quindi inevitabilmente “a stretto contatto” con essa. E che spostandosi di abitazione in abitazione rappresentano, nella situazione attuale, un perfetto ancorché potenziale vettore di diffusione del contagio (nel SAD Anziani, ad esempio, ogni operatore svolge quotidianamente in media 5-6 interventi domiciliari, e spesso con un’utenza che cambia ogni giorno, col risultato che ognuno di noi può venire in contatto, in una settimana lavorativa media, anche con 20 utenti diversi; senza contare il servizio di consegna dei pasti a domicilio).

Dunque, il dubbio che da settimane ormai ci attanaglia è il seguente. Poiché l’attuale situazione mondiale, definita “pandemica” pochi giorni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è lungi dall’essere in una fase calante o tanto meno prevedibile nei suoi sviluppi futuri; data la carenza di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) che ci vengono forniti in forma razionata, e dunque spesso in quantità insufficiente (per tacere dei dubbi, già sollevati da alcuni medici, riguardo all’efficacia delle “mascherine chirurgiche”); impossibilitati per la stessa natura del nostro lavoro a poterci attenere alle indicazioni del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’11 Marzo 2020 rispetto al “mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro”. Visto, ancora, che ci è stato chiesto di “resistere”, come fossimo eroi ed eroine “della domenica”, al fine di mantenere in funzione un servizio, il SAD, ritenuto “essenziale” tout court, sulla base di criteri ancora oggi a noi oscuri; dato, infine, che né le Istituzioni (AUSL e Comune) né la Cooperativa per cui lavoriamo, né il Consorzio di cui essa fa parte, finora hanno mostrato alcun interesse a definire tali criteri confrontandosi con noi professionisti, utilizzando ad esempio strumenti quali:

  1. la rimodulazione degli interventi domiciliari;
  2. la distinzione tra interventi veramente “essenziali”, perché volti alla soddisfazione di bisogni primari, ed interventi che possono essere sospesi in quanto basati, come spesso accade nel SAD Disabili Adulti, su progetti educativi di “socializzazione ed attività sul territorio” (la cui prosecuzione appare quanto mai fuori luogo, per non dire grottesca, in questo momento in cui le città sono blindate e a un passo dal coprifuoco); oppure su bisogni di persone parzialmente autosufficienti, che sono differibili o di cui, in molti casi, si potrebbero fare carico i familiari o altri care givers (spese, pulizie, interventi di monitoraggio/socializzazione), per quanto riguarda il SAD Anziani;
  3. la riduzione della durata degli interventi domiciliari e la razionalizzazione degli orari degli stessi, al fine di evitare una pericolosa sovraesposizione dell’utenza e degli operatori (costretti a muoversi da un punto all’altro della città e talvolta dovendo usufruire del servizio di trasporto pubblico) al rischio di contagio.
  4. l’utilizzo degli ammortizzatori sociali previsti dalla Legge e dall’accordo raggiunto dalle “parti sociali” riguardo al Terzo Settore, per compensare eventuali riduzioni dell’orario di lavoro, dovute tanto alla suddetta ridefinizione degli interventi quanto in generale agli effetti dell’emergenza sanitaria in corso (rinuncia al servizio di una parte degli utenti etc.); è inaccettabile che a questo fine possano essere utilizzate flessibilità oraria, permessi o ferie obbligatori e simili. Così come in generale è inaccettabile il ricatto “salute o reddito”.

Posto tutto ciò, ci chiediamo: si sta facendo tutto il possibile per farci lavorare in sicurezza? Si stanno mettendo gli operatori del SAD in condizione di poter svolgere il loro lavoro? Si sta perseguendo realmente il fine della salvaguardia della salute ed il benessere di vita della nostra utenza? Le Istituzioni e l’Ente gestore stanno agendo in modo responsabile, al netto del fatto di doversi allineare alle disposizioni emanate con l’ultimo Decreto?

Ad esempio, l’Art. 7 del DPCM 9 Marzo 2020 in materia di Sorveglianza sanitaria, non impone l’obbligo di quarantena agli operatori sanitari e a quelli dei servizi pubblici essenziali che siano entrati in contatto con soggetti risultati positivi al COVID-19, prevedendo per questi operatori la sospensione dell’attività lavorativa soltanto in caso di “sintomatologia respiratoria o esito positivo per COVID-19”? (Tra l’altro, dal momento che i cosiddetti tamponi vengono fatti solo a chi presenta sintomi gravi, questa seconda specificazione è puramente formale!). Applicata al nostro settore, e data l’attuale carenza di dispositivi di protezione, questa misura rasenta la follia!

Riteniamo che ci sia stato un vuoto comunicativo, un’assenza totale di reazione ed evoluzione all’interno del Servizio in cui lavoriamo, e temiamo che tale condizione di lassismo non sia stata casuale, tutt’altro!

Abbiamo la netta impressione che, come spesso accade, dietro a questa scelta basata sostanzialmente sull’immobilismo da parte di Istituzioni e Cooperative sociali, ci siano ragioni di tipo puramente economico. Questa semplice deduzione ed il fremito di rabbia che provoca in noi lavoratori e lavoratrici, è più che sufficiente a far innalzare il nostro livello di stress sul posto di lavoro e nella nostra vita privata. Come purtroppo abbiamo potuto apprendere in questi giorni lo stress aumenta l’incidenza della malattia COVID-19 sulla salute del contagiato.

In definitiva, se il lavoro sul campo deve continuare, ebbene ciò deve avvenire in un clima di collaborazione, ricerca di strategie sostenibili (non solo nell’ottica dei costi economici), protezione, senso di responsabilità e, lo sottolineiamo, trasparenza!

Alle nostre domande di chiarimento, ci è stato risposto: “Navighiamo a vista, non sappiamo cosa dirvi, ma avete le spalle larghe!”. E così noi continuiamo a lavorare, come sempre con impegno e responsabilità, ma con la tensione indotta dalla paura di essere veicoli di trasmissione della malattia, dal terrore di portarci a casa un nemico invisibile per aver preso l’autobus sbagliato o aver fatto una partita a briscola di troppo a casa dell’utente; quando sarebbe sufficiente una ristrutturazione completa del servizio SAD per ridurre entro limiti ragionevolmente accettabili la nostra esposizione, e quella dell’utenza, al contagio.

Siamo stati abbandonati, ecco tutto!

Alla luce di tutto ciò, noi Educatori ed Educatrici Professionali e OSS del servizio SAD Anziani e Disabili Adulti, operanti sul territorio di Bologna, cercheremo di autotutelarci e tutelare l’utenza nei modi che riterremo più opportuni, nei limiti consentiti dalla Legge, e ci stringeremo uniti attorno al diritto di vederci riconosciute tutte le ore di lavoro che abbiamo perso e che perderemo nelle prossime settimane.

Siamo professionisti, non eroi ed eroine, né tantomeno volontari o martiri!

- Un gruppo di operatori ed operatrici del SAD Anziani e Disabili adulti del Comune di Bologna -

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Covid-19. Sicurezza nelle aziende.

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Scritto da Sandro Martedì 17 Marzo 2020 08:51

Covid-19, siglato il Protocollo per la sicurezza nelle aziende.

Intesa tra sindacati e imprese per contrastare la diffusione del coronavirus nei luoghi di lavoro.


Misure efficaci di salute e sicurezza dei lavoratori dovranno essere garantite in tutte le aziende grazie a un protocollo raggiunto oggi tra sindacati e imprese in accordo con il Goveno.

Il documento consiste in 13 punti volti a contrastare e prevenire la diffusione del nuovo coronavirus nei luoghi di lavoro.

In sintesi.

Obbligo a casa se con febbre oltre 37.5

Obbligo di rimanere al proprio domicilio in presenza di febbre (oltre 37.5 ) o altri sintomi influenzali e di chiamare il proprio medico di famiglia e l’autorità sanitaria.

Controlli all’ingresso

Il personale, prima dell’accesso al luogo di lavoro, potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea.

Limitare i contatti con i fornitori esterni

Per l’accesso di fornitori esterni si devono individuare procedure di ingresso, transito e uscita, mediante modalità, percorsi e tempistiche predefinite, al fine di ridurre le occasioni di contatto con il personale.

Va ridotto anche l’accesso ai visitatori.

Pulizia e sanificazione

L’azienda assicura la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro (comprese tastiere, schermi touch, mouse), delle aree comuni e di svago e dei distributori di bevande e snack.

Igiene delle mani

È obbligatorio che le persone presenti in azienda adottino tutte le precauzioni igieniche, in particolare per le mani. L’azienda mette a disposizione idonei mezzi detergenti.

Mascherine e guanti

Qualora il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro e non siano possibili altre soluzioni organizzative è necessario l’uso delle mascherine e di altri dispositivi di protezione (guanti, occhiali, tute, cuffie, camici) conformi.

Spazi comuni con accessi contingentati (mense, spogliatoi, aree fumatori)

L’accesso agli spazi comuni, comprese le mense aziendali, le aree fumatori e gli spogliatoi è contingentato, con la previsione di una ventilazione continua dei locali, di un tempo ridotto di sosta e con il mantenimento della distanza di sicurezza di un metro tra le persone.

Possibile chiusura dei reparti non necessari e smart working

Limitatamente al periodo dell’emergenza Covid-19, le imprese potranno disporre la chiusura di tutti i reparti diversi dalla produzione o, comunque, di quelli dei quali è possibile il funzionamento mediante il ricorso allo smart work, o comunque a distanza.

Rimodulazione dei livelli produttivi e dei turni

Si può procedere a una rimodulazione dei livelli produttivi. Bisogna assicurare un piano di turnazione dei dipendenti dedicati alla produzione con l’obiettivo di diminuire al massimo i contatti e di creare gruppi autonomi, distinti e riconoscibili.

Ammortizzatori sociali e ferie

Utilizzare in via prioritaria gli ammortizzatori sociali o se non fosse sufficiente utilizzare i periodi di ferie arretrati e non ancora fruiti.

Stop trasferte e riunioni

Sospese e annullate tutte le trasferte e i viaggi di lavoro nazionali e internazionali, anche se già concordati o organizzati. Non sono consentite neanche le riunioni in presenza (solo quelle urgenti ma con un numero ridotto di persone e a un metro di distanza interpersonale).

Orari ingresso-uscita scaglionati

Si favoriscono orari di ingresso/uscita scaglionati in modo da evitare il più possibile contatti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, sala mensa).

Gestione di un caso sintomatico

Nel caso in cui una persona presente in azienda sviluppi febbre e sintomi di infezione respiratoria come la tosse, lo deve dichiarare immediatamente all’ufficio del personale, si dovrà procedere al suo isolamento e a quello degli altri presenti dai locali.

L’azienda avverte immediatamente le autorità sanitarie competenti e i numeri di emergenza per il Covid-19 forniti dalla Regione o dal ministero della Salute. L’azienda inoltre collabora per la definizione degli eventuali contatti stretti.

È costituito in azienda un Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole del protocollo di regolamentazione con la partecipazione delle rappresentanze sindacali aziendali e del Rls.

   

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