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Covid. Proroga al 31 gennaio 2021.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Ottobre 2020 15:03 Scritto da Sandro Venerdì 09 Ottobre 2020 14:57

 

Covid. In vigore obbligo mascherina anche all’aperto.

Prorogato stato emergenza fino al 31 gennaio. Il decreto legge e la delibera in Gazzetta ufficiale

 

08/10/2020-

Lo ha stabilito il Consiglio dei ministri del 7 ottobre. Lo slittamento della firma del nuovo Dpcm, e la proroga al 15 ottobre  delle misure già in vigore, indica la scelta del Governo di monitorare il trend dei contagi per un’altra settimana così da valutare meglio ed eventualmente rafforzare le misure preventive e di controllo da attuare con il nuovo Dpcm.

Il decreto proroga, al 31 gennaio 2021, le disposizioni già in vigore che prevedono la possibilità per il governo di adottare misure volte a contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus SARS-CoV-2. In relazione all’andamento epidemiologico e secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente, tali misure potranno essere stabilite per specifiche parti o per tutto il territorio nazionale e per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, comunque reiterabili e modificabili.

Nelle more dell’adozione del primo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (dpcm) successivo all’introduzione delle nuove norme, e comunque fino al 15 ottobre 2020, viene prorogata la vigenza del dpcm del 7 settembre 2020.

  • Inoltre – sottolinea ancora la nota del Governo – si introduce l’obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, e si ampliano le circostanze che prevedono l’obbligo di indossarli.

Dalla data di entrata in vigore del decreto-legge (il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale), i dispositivi di protezione individuale dovranno essere indossati non solo nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, come già in passato, ma più in generale nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e anche in tutti i luoghi all’aperto.

Si fa eccezione a tali obblighi, sia in luogo chiuso che all’aperto, nei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi.

Sono poi esclusi dall’obbligo della mascherina:
1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva;
2) i bambini di età inferiore ai sei anni;
3) i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità.

Sono inoltre fatti salvi i protocolli e linee-guida anti-contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali. Ciò significa che nei luoghi di lavoro continuano ad applicarsi le vigenti regole di sicurezza.

Al contempo, sono fatte salve le linee guida per il consumo di cibi e bevande.

Da tali obblighi restano esclusi i bambini di età inferiore ai sei anni, i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina e coloro che per interagire con questi ultimi versino nella stessa incompatibilità.

Inoltre, l’uso della mascherina non sarà obbligatorio durante lo svolgimento dell’attività sportiva.

Il decreto interviene anche sulla facoltà delle regioni di introdurre misure derogatorie rispetto a quelle previste a livello nazionale, nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Si prevede che le regioni, nei limiti delle proprie competenze regionali e di quanto previsto dal decreto-legge n. 33 del 2020, possano introdurre temporaneamente misure maggiormente restrittive, ovvero, nei soli casi e nel rispetto dei criteri previsti dai dpcm, anche ampliative, introducendo in tale ultimo caso la previsione della necessaria “intesa” con il Ministro della salute.

Sempre ai fini del contenimento del contagio, previa valutazione dell’impatto ai sensi delle norme europee sulla privacy, si prevede l’interoperabilità dell’applicazione “Immuni” con le piattaforme che operano, con le medesime finalità, nel territorio dell’Unione europea e si estende il periodo di utilizzo dell’applicazione “Immuni”.

Il testo differisce, inoltre, al 31 ottobre 2020 i termini per l’invio delle domande relativi ai trattamenti di cassa integrazione ordinaria collegati all’emergenza COVID-19.

Prevista inoltre l’attuazione della direttiva (UE) 2020/739 della Commissione del 3 giugno 2020, concernente l’inserimento del SARS-CoV-2 nell’elenco degli agenti biologici di cui è noto che possono causare malattie infettive nell’uomo.

È infine prorogata al 31 dicembre 2020 l’operatività di specifiche disposizioni connesse all’emergenza COVID, in scadenza al 15 ottobre 2020.

07 ottobre 2020

 

Da Sinistra in Rete. Buona lettura.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Ottobre 2020 08:37 Scritto da Sandro Venerdì 09 Ottobre 2020 08:35

C’era una volta l’egemonia statunitense…

di Francesco Piccioni

Con un articolo di Maurizio Novelli

egemonia statunitenseGuardare le cose dal cortile di casa è confortevole, ma non permette di capire alcunché su come sta cambiando il mondo. Lo diciamo spesso, perché il provincialismo culturale o addirittura informativo della cosiddetta “sinistra” ha raggiunto livelli superati solo dalla destra fascioleghista, costitutivamente incapace di cogliere le dinamiche mondiali.

Per questo, nel nostro lavoro di informazione-formazione di una “cultura collettiva” comunista, ricorriamo spesso ai contributi più illuminanti che vengono prodotti in campo avversario. E i giornali economici – per la loro funzione di “orientamento” degli investitori – sono obbligati a dare informazioni strutturate decisamente meno taroccate di quelle che appaiono su Repubblica et similia.

Sulla tempesta che sta colpendo gli Stati Uniti, qualche giorno fa, abbiamo ripreso il punto di vista – molto pessimistico – di Stephen Roach sui destini del dollaro (uno dei pilastri dell’egemonia Usa).

A conferma indiretta, oggi Milano Finanza ospita un’analisi forse anche più “definitiva”, per mano di Maurizio Novelli, manager del Lemanik Global Strategy Fund, un fondo di investimento svizzero su mercati mondiali. Non un “teorico” della finanza, insomma, ma un operatore sul campo, che guarda alle tendenze attraverso indici aggiornati in tempo reale e deve decidere cosa fare dei miliardi che gestisce.

Fa effetto, insomma, leggere da un personaggio del genere – certo non sospettabile di simpatie marxiste – che “Il Covid ha travolto il modello economico degli Usa, ormai troppo esposto alla leva finanziaria e al peso della finanza nell’economia, dove è l’economia reale che sostiene la finanza e non viceversa.

E, di conseguenza, che “non si può escludere che questa crisi possa portare a un parziale riassetto degli equilibri globali, con ovvie ripercussioni sui flussi di capitale e sul modello capitalistico che ha contraddistinto gli ultimi vent’anni”.

Siamo su un altro pianeta rispetto al messaggio standard che arriva dall’establishment europeo e dunque italiano, secondo cui “con il Recovery Fund” stiamo lì lì per mettere in moto una fenomenale “ripresa”.

Data l’interconnessione tra i mercati europeo e statunitense, insomma, non si può pensare nemmeno per un attimo che quel che accade – o accadrà – lì non ci riguardi. Dunque, meglio sapere…

Il peso eccessivo di pochi grandi gruppi sull’economia globale, la massa incalcolabile (o quasi) di prodotti finanziari basati di fatto sul nulla, l’assenza di risparmio privato (al contrario che in Italia), una bilancia commerciale in deficit da decenni, un sistema produttivo devastato dalle delocalizzazioni, ecc, fanno degli Usa un pericolo pubblico.

La pandemia, e l’impossibilità di affrontarla con un sistema sanitario quasi completamente privatizzato, oltre che per la priorità data alle attività economiche rispetto alla salute, ha portato allo scoperto processi di crisi attutiti da anni. Persino la straordinaria generosità della banca centrale, la Fed, nell’allentare la politica monetaria e rifornire il sistema di liquidità a volontà, non è servita ad altro che ad impedire il tracollo.

Ma non può mettere in moto alcuna ripresa: “tutti gli interventi finora effettuati sono serviti ad evitare il default del sistema e non sono dunque utilizzabili per investimenti nell’economia reale”. Di fatto, “l’intero settore corporate si è posizionato in modalità sopravvivenza: non è certamente pronto a spendere questa liquidità, ma piuttosto ha come priorità quella di sopravvivere alla crisi.

Anche perché la specificità di questa crisi sta nell’essere generalizzata a tutti i settori, mentre quelle precedenti (200-2001 e 2007-2008) avevano riguardato principalmente le nuove tecnologie e l’immobiliare.

Ma se così è, “tutto ciò rende praticamente impossibile una rapida ripartenza lasciando fallire chi deve fallire per ripulire il sistema; è invece probabile che l’economia mondiale sia vulnerabile ad una serie di ricadute frequenti e ripetute non appena verrà rimosso anche solo in parte il supporto fiscale.

La liquidità fornita dalle banche centrali tampona sempre più a fatica la situazione, “giapponesizzando” l’economia (da oltre 30 Tokyo è in stagnazione, qualsiasi cosa faccia) e rinviando il tracollo che sposterebbe l baricentro dagli Usa… alla Cina.

Ma anche questa scelta ha un prezzo alto, visto il ruolo e il peso degli stati Uniti: questo “modello di crescita ha mostrato le sue vulnerabilità, perché ad ogni crisi le perdite sono sempre più ampie così come gli interventi richiesti.”

Il redde rationem deve avvenire. Si può scommettere solo sul “quando”, non più sul “se”…

*****

Trump o Biden, i margini di manovra economica Usa saranno ridottissimi

di Maurizio Novelli, Lemanik – Milano Finanza

Crescono i timori per una seconda ondata di contagi in Europa e si è aperto il dibattito elettorale negli Stati Uniti: i mercati iniziano a temere complicazioni per, l’ormai già scontato, recupero dell’economia.

Continuo a pensare che l’impatto sull’economia reale non sia stato ancora compreso nella sua portata e tutta l’attenzione del mainstream si è concentrata su quanti vaccini saranno disponibili e chi vincerà le elezioni in America.

Francamente ritengo che la disponibilità prospettica dei vaccini attesi non possa ormai ripristinare completamente la solvibilità di un sistema che è stato colpito al cuore da questo evento, e chiunque sia il prossimo presidente negli Stati Uniti, si troverà a gestire una situazione di crisi economica che non consentirà ampi margini di manovra.

Il Covid ha travolto il modello economico degli Stati Uniti, un modello ormai troppo esposto alla leva finanziaria e al peso della finanza nell’economia, dove è l’economia reale che sostiene la finanza e non viceversa.

Le prime 20 società tecnologiche pesano per il 45% nella composizione dell’indice Standard and Poor e valgono il 15% del PIL mondiale: nella storia dell’economia non c’è mai stata una simile concentrazione di ricchezza e di rischio nell’allocazione di portafoglio.

Il credito speculativo circolante nell’economia americana è pari al 30% del PIL: si tratta di prestiti bancari, titoli garantiti da ipoteche, prestiti a leva, High yields bond, Subprime. I corporate bond con rating BBB sono ormai il 40% del mercato corporate, ma il 50% di queste obbligazioni sono oggi in outlook negativo, con il rischio di caduta nella categoria high yield.

Ovviamente i capi di queste società sono più che mai impegnati a difendere il rating a tutti i costi e tale missione richiede operazioni di riduzione del debito e dei costi che non sono certamente positivi per la crescita dell’economia.

Gli interventi monetari e fiscali hanno consentito a molte aziende di rifinanziarsi e di accumulare il più possibile la liquidità necessaria per cercare di rimanere solvibili. Non sono però d’accordo con il consenso che ritiene che tale liquidità sarà un potente carburante per la ripresa dell’economia, dato che l’intero settore corporate si è posizionato in modalità sopravvivenza: non è certamente pronto a spendere questa liquidità, ma piuttosto ha come priorità quella di sopravvivere alla crisi.

La verità è che tutti gli interventi finora effettuati sono serviti ad evitare il default del sistema e non sono dunque utilizzabili per investimenti nell’economia reale.

Si delinea ormai in modo sempre più evidente che gli Stati Uniti, a causa del Covid, stanno entrando in un contesto di giapponesizzazione, dove il settore privato deve ridurre l’indebitamento per rimanere solvibile e quello pubblico lo deve aumentare per compensare l’impatto del deleverage sull’economia.

Nonostante la dimensione degli interventi, i default nel sistema salgono a ritmi sostenuti e le imprese che hanno già dichiarato bancarotta superano i livelli del 2001 e del 2008. Tuttavia, sappiamo che la finalità degli interventi è quella di fare in modo che le insolvenze siano il più possibile diluite nel tempo, esattamente come è accaduto in Giappone dopo la crisi degli anni 90 e contrariamente a quanto è stato fatto dagli Stati Uniti nelle precedenti crisi.

Infatti, il sistema USA si è sempre contraddistinto per la velocità con la quale cerca di far emergere tutte le perdite al fine di ripartire il prima possibile: ma questa volta la dimensione delle perdite è talmente grande che non è possibile assorbirle in breve tempo.

La crisi pandemica non ha colpito un settore dell’economia come in passato (tecnologia o real estate), ma ha colpito l’intera struttura economica e finanziaria, rendendo dunque il danno talmente ampio che non è possibile assorbirlo in breve tempo.

Questo evento non è dunque circoscritto ad un solo settore dell’economia che, risolto il quale, è possibile rimettere in moto tutti gli altri: questa crisi ha colpito l’intera economia. È ovvio che tutto ciò rende praticamente impossibile una rapida ripartenza lasciando fallire chi deve fallire per ripulire il sistema; è invece probabile che l’economia mondiale sia vulnerabile ad una serie di ricadute frequenti e ripetute non appena verrà rimosso anche solo in parte il supporto fiscale.

Questo è quello che è accaduto in Giappone e probabilmente questo è quello che accadrà all’economia nei prossimi anni, dato che l’intero sistema è diventato ormai estremamente dipendente dagli stimoli fiscali.

Credo dunque che il principale rischio che si prospetta è quello di un double dip ripetuto (un andamento a forma di W, ndr) e non condivido le previsioni di una ripresa forte e lineare senza interruzioni fino alla fine del 2021, momento nel quale dovremmo recuperare i livelli di PIL del 2019 senza intoppi.

L’impatto della crisi sarà dunque, per quanto possibile, diluito nel tempo e probabilmente durerà molto di più di quanto oggi viene prospettato.

Nel frattempo, la congiuntura astrale sovrappone altri problemi. Il contesto geopolitico è in costante deterioramento e il processo di de-globalizzazione rischia di accelerare per lo scontro frontale USA-Cina su commercio e tecnologia.

L’America però affronta per la prima volta uno scontro geopolitico in una posizione di debolezza economica, che rischia di compromettere la tenuta dell’architettura economico-finanziaria di Bretton Wood.

È sempre stata la forza dell’economia USA a consentire il successo degli Stati Uniti nei confronti storici con Germania e Giappone nel 1940 e con l’Unione Sovietica alla fine degli anni 80.

Oggi la congiuntura è molto diversa perché l’economia americana ha un deficit con l’estero del 60% del PIL (mentre a quei tempi era in avanzo) e il debito che serve a finanziare la sua crescita è detenuto prevalentemente dall’Asia, un area la cui influenza vede l’ascesa indiscussa del suo principale competitor globale.

Cina e Giappone detengono il 40% delle riserve valutarie in dollari ma il Giappone, che è un alleato degli Stati Uniti, ha oggi più intercambio commerciale con la Cina (20%) che con gli USA (15%). Se la Cina, come prima o poi accadrà, inizierà ad utilizzare il renmimbi (yuan) negli scambi commerciali con l’Asia, il ruolo del dollaro subirà un inevitabile ridimensionamento nella allocazione del paniere delle riserve valutarie e la Cina è destinata a prendersene una parte importante.

Sebbene il ruolo del dollaro rimarrà ancora prevalente, è certo che la Cina si appresta a diventare un forte competitor sul mercato dei capitali, attirando una parte di flussi che oggi sono prevalentemente investiti solo sul dollaro. Per questo motivo è molto probabile che il lungo trend di leva finanziaria sempre più esasperata, che ha caratterizzato i cicli di crescita dell’economia USA dal 1980 ad oggi, sia giunto al suo apice.

Negli ultimi cinque anni nel sistema USA il debito è cresciuto a ritmi del 14% all’anno mentre in Europa o in Giappone cresceva al 5% circa: un ritmo quasi triplo rispetto al resto del mondo occidentale. Ovviamente, tale ritmo di espansione della leva finanziaria ha consentito all’economia USA di crescere più di altri paesi, ma con una serie di crisi finanziarie (2001, 2008 e 2020) piuttosto costose e devastanti.

Oggi è evidente che il modello di crescita ha mostrato le sue vulnerabilità, perché ad ogni crisi le perdite sono sempre più ampie così come gli interventi richiesti.

La concomitanza di alto debito nel sistema USA e la necessità di ridurlo con l’avvento del renmimbi come divisa convertibile, espone il sistema economico americano ad una perdita di flussi di capitale che possono essere compensati solo dall’allentamento quantitativo (QE) della Fed, la banca centrale Usa.

Ma più la FED stampa moneta per sostenere il debito, più il dollaro si espone al deprezzamento sui mercati.

Per questo motivo la congiunzione astrale per la tenuta del sistema di Bretton Wood si è fatta particolarmente difficile e non si può escludere che questa crisi possa portare a un parziale riassetto degli equilibri globali, con ovvie ripercussioni sui flussi di capitale e sul modello capitalistico che ha contraddistinto gli ultimi vent’anni.

   

Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Settembre 2020 09:01 Scritto da Sandro Mercoledì 09 Settembre 2020 08:54

MANIFESTO

USCIRE DALL'ECONOMIA DEL PROFITTO

COSTRUIRE LA SOCIETA' DELLA CURA

Premessa

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.

La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici.

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro.

Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.

1. Conversione ecologica della società

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi.

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile.

Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

2. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

La pandemia ha reso più evidente che nessuna produzione economica è possibile senza garantire la riproduzione biologica e sociale, come il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli nativi sostengono da sempre.

La riproduzione sociale - intesa come tutte le attività e le istituzioni necessarie per garantire la vita, nella sua piena dignità - significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente: ed è è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.

La pandemia ha fatto ancor di più sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, dalle persone fragili ai non autosufficienti, e ha allargato la condizione di precarietà, con altri milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito.

Non può esserci società della cura senza il superamento di tutte le condizioni di precarietà e una ridefinizione dei concetti di benessere sociale, lavoro, reddito e welfare.

La conversione ecologica è una lotta per abbandonare al più presto tutte le attività che fanno male alla convivenza degli umani, tra di loro e con la Terra, per promuovere altre attività che prevedono la cura di sé, dell'altr* e di tutto il vivente: la riproduzione della vita nelle condizioni migliori che si possono conseguire.

L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo individuale a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone e i Paesi, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

Se la cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente sono gli obiettivi del nuovo patto sociale, il reddito è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun*, e il diritto al reddito è il riconoscimento della centralità dell'attività di ogni individuo nella costruzione di una società che si occupa di tutt* e non esclude nessun*, eliminando la precarietà, l'esclusione e l'emarginazione dalla vita delle persone.

Va pienamente riconosciuto il diritto alla conoscenza, all'istruzione, alla cultura, all'informazione corretta, al sapere, come fattore potente di riduzione della diseguaglianza, di cui la povertà culturale è una causa chiave.

Va realizzato un nuovo sistema di welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale, sull'autogoverno collettivo dei servizi e sulla cura della casa comune.

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della stessa. Riconoscere i beni comuni naturali -a partire dall'acqua, bene essenziale alla vita sul pianeta- e i beni comuni sociali, emergenti e ad uso civico come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili.

Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: dai beni e servizi primari (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, l'istruzione e la ricerca, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli senza l'uso dei quali una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbe possibile (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); alle scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

 

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità

La crescita interamente basata sulla quantità e velocità dei flussi di merci, persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione sregolata dei sistemi finanziari, produttivi e sociali, è stata il principale vettore che ha permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente, socialmente ed eticamente fondata.

Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, altri animali, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura e identità insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a omologare differenze e peculiarità, producendo resistenze che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.

Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, con un ruolo essenziale affidato ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia di prossimità i cui abitanti partecipano fattivamente alle decisioni collettive.

Attraverso forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale si potrà garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

5. Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà

La pandemia non ha rispettato nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.

Perché questo succeda, occorre che ad ogni popolazione venga riconosciuto il diritto ad un ambiente salubre, all'uguaglianza sociale, all'accesso preservativo alle risorse naturali.

Occorre porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Non possiamo più accettare che i nostri livelli di consumi si reggano sullo sfruttamento delle risorse di altri Paesi e su rapporti di scambio scandalosamente ineguali, né l'esistenza di alleanze militari che hanno l'obiettivo del controllo e sfruttamento di aree strategiche e delle loro risorse.

La società della cura rifiuta l'estrattivismo perché aggredisce i popoli originari, espropria le risorse naturali comuni e moltiplica la devastazione ambientale. Per questo sostiene l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia condivisa e corresponsabile dei beni comuni globali.

La guerra contro i migranti è ormai uno degli elementi fondanti del sistema globale attuale. Intere aree del pianeta – mari, deserti, aree di confine – sono diventati giganteschi cimiteri a cielo aperto, luoghi dove si compiono violenze e vessazioni atroci, e dove a milioni di esseri umani viene negato ogni diritto e ogni dignità.

La società della cura smantella fossati e muri e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo economico e culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del pianeta.

La società della cura rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo, sessismo, discriminazione e costruisce ponti fra le persone e le culture praticando accoglienza, diritti e solidarietà.

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone, ma possono divenire elementi di distruzione se non sono messe al servizio della vita ma del dominio e della guerra. Indirizzi e risultati vanno ricondotti all’emancipazione delle persone e non al controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non dell’accumulazione, verso la pace e la solidarietà e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.

E’ di particolare gravità che continui la corsa al riarmo atomico e al perfezionamento dei sistemi di puntamento delle armi nucleari, mentre si allentano gli impegni internazionali per il bando al ricorso all’arma più micidiale. I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre, al respingimento dei migranti, alla costruzione di una realtà manipolabile e falsificabile digitalmente.

Il controllo sui Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le infrastrutture digitali determineranno la natura delle istituzioni del futuro e le persone devono essere in grado di esercitare una sovranità digitale su tutti gli aspetti sensibili della propria esistenza. Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati siano un’infrastruttura pubblica e un bene comune controllato dalle persone.

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti

La pandemia ha dimostrato che per curare le persone l’Unione europea ha dovuto sospendere patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht. Significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone.

La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.

Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.

Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare compiutamente: quella dei movimenti incontrollati di merci e capitali. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli dove gli conviene, determinando le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere tra loro, offrendo agli investitori nazionali e esteri benefici sempre più lesivi dei diritti dei propri cittadini e dell’ambiente.

Per questo bisogna socializzare il sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto degli utenti organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarà possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarranno appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul

valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi,

sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà

   

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