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Libia lo decideranno gli USA.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Marzo 2016 17:36 Scritto da Sandro Venerdì 18 Marzo 2016 17:32

COMIDAD

L'intervento italiano in Libia lo decideranno gli USA

di Comidad

In base alle notizie di stampa, pare che un vincitore sul campo in Libia vi sia. Il capo delle forze armate del governo di Tobruk, il generale Haftar, avrebbe posto sotto assedio Bengasi e messo alle strette le milizie islamiche che i nostri media presentano tout court come ISIS. L’iniziativa militare del pur ambiguo Haftar starebbe quindi scongiurando il pericolo di una dissoluzione della Libia.

Se la notizia è attendibile, molte delle motivazioni, sia ufficiali che mediatiche, addotte a favore dell’intervento italiano in Libia risulterebbero superate dai fatti. O no? In realtà la vera motivazione di un massiccio intervento occidentale potrebbe essere proprio quella opposta, cioè prevenire ed impedire una stabilizzazione della Libia.

Sempre in base a notizie di stampa, Haftar, oltre ad aver incassato il sostegno dell’Egitto, e quindi indirettamente della Russia, avrebbe ottenuto il favore del governo francese, che addirittura sosterrebbe le operazioni militari dello stesso Haftar con azioni di commando. Ma sarà vero? Non è che il governo francese sta salendo sul carro del probabile vincitore solo per pugnalarlo più agevolmente alla schiena?

Oltre che reparti francesi, agiscono in Libia anche formazioni statunitensi e britanniche, ed anche quelle in presunta funzione anti-ISIS. Gli Stati Uniti avrebbero effettuato anche i soliti bombardamenti contro “postazioni dello Stato Islamico”.

Da parte degli Stati Uniti provengono anche le più pressanti richieste al governo italiano di inviare un corpo di spedizione in Libia, qualcosa come tremila o cinquemila uomini, ovviamente tanto per cominciare. Quel che è certo è che, a differenza del 2011, in Italia tendono a crescere le posizioni contrarie alla guerra, con interventi anche ad alto livello. Dopo l’articolata posizione contraria di Romano Prodi, alla quale anche altri politici si sono accodati, anche il quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore” ha dato spazio lunedì scorso ad un articolo non solo fortemente critico nei confronti di ogni ipotesi di intervento militare italiano, ma anche propenso a toccare il vero nodo della questione, cioè le mire di spartizione della Libia.

D’altra parte, anche l’intervento di Prodi, apparentemente così deciso, non risulta del tutto esente da ambiguità, poiché rivolge la propria critica esclusivamente verso la Francia ed il Regno Unito, lasciando fuori dalla polemica proprio chi vorrebbe “invitarci” a rientrare nel pantano libico, cioè gli USA.

Se oggi l’establishment italiano dà ampio spazio a posizioni contrarie alla guerra, martedì scorso sul “Corriere della Sera” il commentatore ultra-ufficiale Angelo Panebianco ha rivolto un’esortazione agli Europei a guardare con apprensione alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, auspicando che non risulti vincitore un altro candidato “isolazionista” come Obama. Panebianco rivolge le sue speranze ad una vittoria di Hillary Clinton, la più adatta, secondo lui, a scongiurare la prospettiva di un’Europa lasciata in balia di Putin. Ovviamente il possibile risorgere dell’isolazionismo americano è una fiaba; non solo l’isolazionismo statunitense costituisce un mito storiografico senza pezze d’appoggio, ma le ingerenze di Kerry in questi anni sono state addirittura plateali, dalla questione ucraina a quella greca. Persino l’euro dal 2012 sopravvive soltanto in funzione degli interessi della NATO, cioè di Washington, che non vuole che un allentamento della disciplina europea possa mettere in forse le sanzioni alla Russia; sanzioni che provocano effetti depressivi non solo sull’economia russa, ma soprattutto sull’economia europea. Ma è chiaro che Panebianco con questi richiami fiabeschi al “pericolo” di un isolazionismo americano vuol solo richiamare tutti all’obbedienza nei confronti del grande ed insostituibile “alleato”- padrone.

Il punto è che ogni discussione concreta e puntuale sull’eventuale intervento italiano in Libia può essere spiazzata da un momento all’altro da qualche offensiva mediatica che ci ponga davanti a qualche “emergenza umanitaria” a cui far fronte. Il copione ormai lo conosciamo, ma il guaio è che funziona sempre. Alcuni commentatori si sorprendono del fatto che in questo momento sia assente il movimento pacifista, ma forse il pacifismo era assente anche quando sembrava esserci. Non ha senso infatti opporsi ad una guerra senza demistificare di volta in volta le false emergenze che la giustificano.

A differenza dei toni trionfali di Renzi del febbraio dello scorso anno, che avrebbero dovuto anticipare un apposito decreto da varare a marzo, ma mai apparso, ora il Presidente del Consiglio appare smarrito e chiuso in un imbarazzato mutismo, e se la va a prendere proprio con quei media che pure non fanno altro che battere la grancassa per lui.

Qualcuno ha notato che i due ostaggi in Libia sono stati uccisi quando l’intervento italiano si presentava come imminente, mentre gli altri due sono stati liberati allorché l’ipotesi di intervento sembrava essere stata messa da parte. Dopo i roboanti ultimatum lanciati da Renzi durante l’ultimo incontro bilaterale con Hollande, altri avvisi di quel genere potrebbero arrivargli. Evidentemente Renzi si trova schiacciato dagli opposti timori di un’avventura militare che si annuncia militarmente e finanziariamente disastrosa, e la prospettiva che arrivi un ordine di intervento da parte degli USA, al quale non avrebbe il coraggio, né la forza, per opporsi.

14 Marzo 2016

 

La prossima crisi nell'eurozona. da sinistrainrete

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Maggio 2023 11:09 Scritto da Sandro Venerdì 18 Marzo 2016 17:22

Draghi prepara la prossima crisi nell'eurozona

di Pasquale Cicalese

“La Cina non potrà farsi ingabbiare in schemi
come il Trattato di Maastricht. Che non vanno
affatto bene per l’economia cinese”*

Pochi ci hanno fatto caso, ma nell’annunciare le nuove misure della Bce, Draghi il 10 marzo scorso comunicava che il tasso di inflazione atteso per il 2016 nell’eurozona passava da +1% allo 0,1%. Da anni le previsioni della banca centrale vengono smentiti dai fatti, dunque è probabile che, nonostante il QE dell’anno scorso, l’eurozona è in preda alla deflazione. Lo stesso Draghi in conferenza stampa faceva capire che non è attesa una fiammata inflazionistica giacché non ci sono rivendicazioni salariali consistenti. Tradotto: il proletariato europeo è ben bastonato.

Draghi  ha spronato i governi alla deflazione salariale e ora quasi si rammarica, come la Yellen della Federal Reserve, che i salari non aumentano. Gira e rigira, la questione è quella: quanto guadagnano i lavoratori dell’eurozona. Il rapporto capitale-lavoro, per chi pensasse che gli operai non ci siano più ci pensa Draghi a far capire che sono determinanti, a tal punto di ucciderli del tutto. Con evidenti contraccolpi, appunto la deflazione e la crisi da domanda.

Ma Draghi si è spinto oltre, invitando i governi ad una politica espansiva per spese per investimenti ad invarianza della stabilità dei conti. In pratica ha detto: fate la Salerno Reggio Calabria ma nel frattempo tagliate posti di lavoro nel settore pubblico, riducete le spese per sanità e soprattutto tagliate le pensioni. Con quel che risparmiate fate lavori pubblici e fate pagare meno tasse alle imprese con minor costo del lavoro e minor tassazione sui profitti (protezionismo fiscale). In pratica, tagliate il salario sociale globale di classe molto più di quanto fatto finora, togliete la contrattazione collettiva nazionale e sostituitela con quella di secondo livello e noi vi diamo soldi a gratis.  Anzi paghiamo noi per darveli. A chi? Vediamo le decisioni che sono state prese e che, al momento, hanno fatto festeggiare i mercati. Innanzitutto, oltre al tasso zero e ai rendimenti negativi dello 0,4% per chi deposita liquidità nella banca centrale, due sono gli aspetti rilevanti. Il primo è il nuovo Ltro, cioè liquidità alle banche con costi pari a -04%, in pratica più che gratis, riceveranno 100 dalla Bce e dovranno pagare 96. Per le banche italiane questa operazione è pari a 320 miliardi di euro, il 30% del totale dei prestiti erogati nel 2015.

Cosa ne faranno di questi soldi? Le vicende bancarie dell’ultimo anno hanno portato i risparmiatori italiani a diffidare di obbligazioni bancarie, dunque il costo della raccolta di queste banche è diventato rischioso. Con questa mossa della Bce, le banche italiane abbattono il costo di funding, cioè di raccolta bancaria, a tassi addirittura negativi,  a patto che l’impiegano in nuovi prestiti. Dove? Qui viene l’uovo di Colombo. Ci sono dei fattori normativi determinanti su questo. Innanzitutto, la Vigilanza bancaria europea ha stretto i requisiti di patrimonializzazione delle banche italiane, vale a dire che queste ultime dovranno avere più capitale proprio per aumentare i prestiti. Da una parte te li regalano, dall’altra te li tolgono.

Poi, c’è un altro aspetto che i sicofanti giornalisti italiani, nell’annunciare le misure di Draghi, non percepiscono: ogni azienda che domanda prestiti ha un rating, più  o meno buono o pessimo. Se è pessimo, non può ricevere prestiti, perché valgono le regole di Basilea 2 sui rating aziendali. Si dia il caso che dopo 8 anni di crisi, milioni di aziende italiane abbiano rating negativi e quindi non possono ottenere prestiti. Oltretutto, dato il crollo degli investimenti in questi anni, la domanda di prestiti da parte delle aziende è debolissima e si concentra per lo più in ristrutturazioni di debiti, per pagare minori interessi e/o per allungare le scadenze. Tant’è vero che le passate Ltro di questi ultimi tre anni sono state utilizzate dalle banche per o acquistare titoli di stato italiano o per darle ad imprese redditizia che non ne avevano affatto bisogno.

E qui interviene la proposta tedesca di obbligare le banche a detenere titoli di stato per un ammontare pari a solo il 25% del proprio patrimonio. Ma se non possono darle alle aziende, dati i rating, e poco alla famiglie, dato il fatto che molti sono precari o disoccupati, dove vanno a finire questi soldi? Ad acquistare titoli di stato del nord Europa e in trading azionario, cioè speculazione finanziaria. Inoltre, molti di questi 320 miliardi serviranno a riacquistare obbligazioni bancarie con forti rendimenti, abbattendo i costi della banca e aumentando i loro profitti.

E qui veniamo al secondo fattore: oltre ai titoli di stato, le banche centrali dell’eurozona acquisteranno obbligazioni societarie di aziende industriali, un mercato di circa 900 miliardi. Una manna per le multinazionali, che potranno riacquistare i bond con rendimenti ad esempio al 4% ed emetterne di nuovi all’1% di interesse, giacché possono essere acquistati dalle banche centrali.  Comunque la si veda, droga per i mercati. Per le imprese europee lo scenario è da favola: i loro governi  applicano la deflazione salariale, tagliano il salario sociale globale di classe per dare loro soldi (protezionismo fiscale) e in più la banca centrale acquista le loro obbligazioni. Certo che aumentano i profitti, per lo meno hai minori oneri finanziari e minor costo del lavoro,  non ci vuole molto per capirlo, ma è droga, non sono dovuti ad aumenti della domanda pagante. Che anzi viene sempre più schiacciata all’ingiù, altro che combattere la deflazione. Non a caso il Governo italiano si è subito precipitato a varare nei prossimi giorni la defiscalizzazione per fondi e singoli risparmiatori che acquistino obbligazioni societarie per imprese con fatturato da 50 a 250 milioni di euro. Insomma, Draghi opera da anni una svalutazione competitiva ai danni di altre aree del mondo e ora attua un massiccio piano di protezionismo fiscale, invitando i governi a tagliare sempre più il salario sociale globale di classe, ultimo fedele attuatore Hollande con la Loi Travail. Dopo di che nelle maggiori economie dell’eurozona abbiamo la deflazione salariale: Hartz IV dal 2003 in Germania, Jobs Act dal 2015 in Italia, Loi Travail in Francia quest’anno, non considerando quel che è avvenuto in Spagna, Portogallo, Grecia, ecc. Da qui una feroce crisi di domanda, per cui nelle cancellerie europee sperano che fuori dall’eurozona ci sia domanda pagante. Fino a quando qualcuno in giro per il mondo si incazza per davvero e risponde sonoramente alla guerra valutaria e alla deflazione competitiva.

Quel che appare sempre più evidente è che Maastricht, a distanza di 25 anni, ha creato un mostro economico: l’80% del debito pubblico tedesco ha rendimenti negativi, 2 mila miliardi di depositi in conto corrente in Germania hanno tassi negativi, l’11 marzo, per la prima volta nella sua storia, la Repubblica Italiana ha piazzato un Btp triennale a -0,035%, tassi negativi ci sono in Svizzera, Svezia, Danimarca e in altri paesi. Si calcola che nei prossimi 5 anni i risparmiatori tedeschi perderanno 224 miliardi di euro, le assicurazioni potrebbero saltare, anche se non si dice che nel frattempo il governo tedesco, con i Bund sottozero, ha guadagnato negli ultimi tre anni 200 miliardi. Ora ci si mettono anche le obbligazioni societarie.

Prepariamoci alla prossima crisi finanziaria, che sarà di natura obbligazionaria. I mercati festeggiano perché gli hanno aumentato la loro dose di droga, ma ormai sono fuori linea rispetto all’andamento dell’economia reale. Tutto questo per non ammettere che la costruzione dell’eurozona, basata sulla deflazione salariale,  è una follia ormai incontrollabile. In 25 anni si sono distrutti welfare, salari, posti di lavoro, industrie e risparmio come mai era accaduto prima. E’ l’hausmanizzazione monetaria, a cui si associa l’asset inflation americana del gonfiamento di titoli, obbligazioni e carta straccia varia. Logico che i cinesi dicano che Maastricht non fa per loro, tant’è vero che hanno deciso di portare il deficit dal 2,3% al 3%, una misura, secondo Alessandro Fugnoli, strategist del gruppo Kairos, che porterà, assieme al nuovo piano quinquennale, ad un aumento del pil cinese entro il 2020 del 37%. Al recente G20 di Shanghai Schauble intimava gli europei a continuare l’austerità e le riforme strutturali “altrimenti lo zombie ci sbranerà”. Lo zombie, secondo questo signore, è la Cina, non accorgendosi che è l’eurozona lo zombie del mercato mondiale e che se continua così non passerà molto alla sua implosione. Anni fa scrivevamo che tra Bce e People’s Bank of China c’era una distanza siderale nell’intendere l’accumulazione di capitale. Per la prima è l’asset inflation e il gonfiamento della carta finanziaria, che fa da contraltare ad una feroce deflazione salariale, per la seconda contano gli investimenti e la crescita, basata sulla reflazione salariale.

A distanza di 4 anni il quadro che si delinea è ormai chiaro: una crisi finanziaria di notevole proporzioni potrebbe abbattersi nell’eurozona dal lato obbligazionario e le perdite sarebbero immense.  Il modello della deflazione competitiva poteva andare bene ad un solo paese, in questo caso alla Germania, fino a quando gli altri assorbivano le loro merci. Ma quando lo fanno tutti quanti in un’area di 400 milioni di persone, la crisi di domanda che si innesca è micidiale e ha effetto deleteri sullo stesso mercato mondiale: una cosa è la deflazione in Giappone, paese di 120 milioni di abitanti, un’altra è nell’intera Europa con 550 milioni di abitanti, una mostruosità economica che non si era mai vista, anche perché Reagan applicò la deflazione salariale ma in un paese, gli Usa, allora di 250 milioni di abitanti ed in ogni caso il settore finanziario assorbiva lavoratori, mentre oggi li espelle. Nulla è più sicuro in eurozona: né i salari, né il posto del lavoro, né la pensione, né i risparmi, con migliaia di miliardi a rendimenti negativi e/o a tassi negativi,  la paura sovrasta tutto.

La destra italiana parla di Quarto Reich: di politica e soprattutto di economia spesso il loro livello è basso (ma nemmeno il centrosinistra scherza su questo), ma certo questa dicitura è quanto di più verosimile ci sia in giro. Draghi fa il poliziotto buono incontrando gli entusiasmi del “mercato”, ma la sua visione e quella di Schauble non si discostano molto su un punto: togliere tutto ai ceti medio bassi, dai salari ai risparmi e gonfiare il capitale finanziario, che si gonfia sempre più. Fino a quando una puntura di spillo farà crollare tutto il castello di carta.

I cinesi sono soliti guardare alla lunga, se hanno sentenziato che Maastricht non fa per loro, qualcosa vorrà dire. Non fa nemmeno per noi, una parte degli europei lo ha capito, mentre la sinistra italiana è ancora, per lo più, a difesa degli assetti europei. Non dovevamo aderire, abbiamo perso tanto in 25 anni, e l’unica cosa ora da fare è uscirne al più presto. Altro che finimondo se ritorna la lira, il finimondo è adesso qui con noi, non c’è senso logico nella follia economica dell’eurozona, se non la logica dello sterminio. Il nazismo non è mai finito in Europa. Ora si chiama austromonetarismo o ordoliberalismo. Ha la parvenza democratica, ma i suoi effetti sono simili alla guerra: distruzione. E Draghi, con queste sue ultime mosse, sta preparando la prossima deflagrazione.

*Sheng Sogncheng,  Survey  Statistics Departimet, People’ Bank of China, in Borsa cinese in picchiata, Pechino gioca la carta dell’annuncio, Il sole 24 ore on line, 25 febbraio
   

Revoca adesione 8.03.2016

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Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Marzo 2017 09:29 Scritto da Sandro Giovedì 03 Marzo 2016 15:17

Milano 03.03.2016

 

Spett.le

Commissione di Garanzia

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Spett.le

Ministero delle infrastrutture e dei trasporti

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Spett.le

Ministro del lavoro e delle politiche sociali

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e p.c.

Presidente del Senato della Repubblica

Fax 06.67062022

Presidente della Camera dei Deputati

Fax 06.67603522

Presidente del Consiglio dei Ministri

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Oggetto: Revoca adesione allo sciopero del 8 Marzo 2016.

La scrivente segreteria USI CT&S Nazionale, e tutte le organizzazioni di categoria nazionali, regionali e provinciali ad essa associate, a seguito della Vostra comunicazione con Prot: 0003089/Gen del 01/03/2016 ricevuta a mezzo PEC in data 02/03/2016 da formale revoca dall’adesione di sciopero proclamato dall’Organizzazione sindacale Slai Cobas per il sindacato di classe per l’intera giornata dell’8 Marzo 2016.

Nell’attesa distinti saluti

Per la Segreteria Nazionale

Bruzzese Sandro

   

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