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SPAGNA. Siopero CONTACT CENTER.
Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Settembre 2016 15:01 Scritto da Sandro Giovedì 15 Settembre 2016 13:27
COMUNICATO INTERNACIONALE
DELLA CGT
Pubblichiamo questo comunicato in spagnolo, inglese, francese e italiano
A TUTTI I LAVORATORI E LAVORATRICI DEI CONTACT CENTER A LIVELLO INTERNAZIONALE
SCIOPERO E MOBILITAZIONE DEL CONTACT CENTER NELLO STATO SPAGNOLO
Madrid 6 settembre 2016
La Confederación General del Trabajo (CGT) ha iniziato le procedure per l'indizione di sciopero di 24 ore con scaglioni parziale di 2 ore per la grave situazione contrattuale al Contact Center in Spagna.
La situazione di questo settore non ha smesso di essere precarizzata col passare degli anni. Da quando fu istituito da alcune imprese per subcontrattare il servizio di assistenza al cliente durante gli anni ‘90, il numero di lavoratori assunti sono aumentati sempre di più e le condizioni di lavoro sono peggiorate di pari passo alla precarietà.
I sindacati maggioritari hanno firmato nel setore 5 contratti collettivi a valenza nazionale che racchiuede i diritti dei lavoratori con alcune clausole peggiorative concedendo che, quando l’azienda cambiare la commessa, i lavoratori che erano vincolati a quella precedente vengono licenziati con un bassissimo indennizzo e riassunti con contratto che prevede l'azzeramento dell'anzianità maturata con la nuova impresa.
Questa norma inserita nel contratto (art.18) ha permesso di lasciato a casa (licenziare) durante questi due decenni, decine di migliaia di lavoratori.
Altra clausole contenente questa normativa sono inserite nel contratto contro cui noi della CGT stiamo lottando da sempre, è l’art. 17, che permette all’impresa di poter licenziare, dichiarando che il numero di chiamate si è calato in un determinato servizio. L'azienda è chiamata a risarcire il lavoraore con un indennizzo al licenziamento inferiore a quello previsto dallo Statuto dei lavoratori nei casi di licenziamento con causa giusta oggettiva.
Questo contratto collettivo di settore rende più utilizzabile il licenziamento rendendo difficile al lavoratore la sua difesa.
L'utilizzo della clausola all'art. 17 ha facilitato l'espulsione dal Contact Center di migliaia di lavoratori dal momento della sua introduzione..
Il salario è irrisorio, basso!
La media salariale è di 700 euro mensili, e da tempo i contratti sono part-time.
I dirigenti delle aziende non vogliono lavoratori full-time, in quanto con la flessibilità si possono spremere molto di più. Come se noi lavoratori fossimo carne da macello, ci schiacciano e ci spremono fino a che, ormai spremuti e inutilizzabilii, ci costringono a lasciare il posto di lavoro. Predisponendosi a nuove assunzioni e soggetti vergnini da utilizzare nel ciclo produttivo dello sfruttamento!
La salute dei lavoratori per le società che operano nel settore non è una priorità. Le malattie per ansia e stress sono all’ordine del giorno. All’inizio della sua attività il settore non subiva ciò che oggi è parte fondamentale l’esigenza di vendita in ogni chiamata. Bisogna vendere a tutti costi e coloro che non lo fanno vengono spremuti fino a quando non finiscano per uscire dal lavoro in burnout, in malattia o per un "licenziamento ingiusto".
Questi sono i problemi centrali per i quali abbiamo deciso di scioperare.
Le aziende del Contact Center, raggruppate in un unico patronato, stanno negoziando il contratto collettivo (in ambito nazionale) da 18 mesi e vogliono la firma di un nuovo contratto con prevada dei tagli.
Nel contratto deve essere previsto un taglio salariale dell'1% ripsetto all’anno 2010, e che il salario rimanga congelato allo 0% dall’anno 2014 e 2015.
Nel contratto viene chiesto di aumentare la flessibilità dell'orario di lavoratori impedendo ogni aumento all'occupazione.
I lavoratori dei call center denuncia che i bassi salari nel settore, l'mpossibile di condurre una vita dignitosa, con l'introduzione di più flessibilità sulla nostra pelle renderebbe le nostre condizioni di vita paragonabile alle condizioni dei raccoglitori di cotone.
La CGT ha convocato in solitudinedegli scioperi parziali (solo alcune ore) durante lo scorso mese di maggio, in quanto è molto complicato mobilitare tutto il settore con iniziative organizzate da un unico sindacato minoritario quale il nostro.
Nell'occasione della nostra convocazione di scioperi, sembra che anche le altre organizzazioni sindacali maggioritarie rappresentative convocheranno scioperi e paralisi a causa della possibilità che aumentino le ripercussioni nei centri di lavoro.
Chiediamo a tutte le organizzazioni affini e a tutti i sindacati del Contact Center di inviarci dei comunicati di appoggio che passeremo ai lavoratori in tutta la Spagna.
Il giogo della delocalizzazione continua ad essere un’altra minaccia costante che combattiamo ogni giorno, spiegando che il problema non sono i lavoratori che ricevono chiamate in America Latina o nel nord Africa, ma i dirigenti che sono implicati a livello internazionale e che sfruttano tutti i lavoratori dei call center.
Pubblichiamo questo comunicato in spagnolo, inglese, francese e italiano.
A TUTTI I LAVORATORI E LAVORATRICI DEI CONTACT CENTER A LIVELLO INTERNAZIONALE
SCIOPERO E MOBILITAZIONE DEL CONTACT CENTER NELLO STATO SPAGNOLO
Madrid 6 settembre 2016
La Confederación General del Trabajo (CGT) ha iniziato le procedure per convocare uno sciopero di 24 ore e paralisi parziale di 2 ore a causa della situazione del Contact Center nello Stato spagnolo.
La situazione di questo settore non ha smesso di essere precarizzata col passare degli anni. Da quando fu istituito da alcune imprese per subcontrattare il servizio di assistenza al cliente durante gli anni ‘90, il numero di lavoratori al suo interno non ha smesso di crescere e poco a poco le sue condizioni sono diventate sempre più precarie.
I sindacati maggioritari hanno firmato fino a 5 contratti collettivi di carattere statale che raccoglievano i diritti dei lavoratori e alcune clausole permettevano che, quando l’azienda decideva di cambiare la commessa, i lavoratori che erano vincolati a quella precedente venivano licenziati con un bassissimo indennizzo e contrattati senza che gli venisse calcolata anzianità dalla nuova impresa. Questa norma del contratto (art.18) ha lasciato a casa, durante questi due decenni, decine di migliaia di lavoratori.
Un’altra tra le clausole del contratto contro cui la CGT ha combattuto storicamente è l’art. 17, che permette all’impresa di poter licenziare, dichiarando che il numero di chiamate si è ridotto in un determinato servizio con un indennizzo inferiore a quello previsto dallo Statuto dei lavoratori dello Stato spagnolo nei casi di licenziamento con causa. Il contratto collettivo rende più facile il licenziamento. Questo art. 17 ha espulso dal Contact Center migliaia di lavoratori durante gli anni.
Oltretutto i salari sono irrisori. La media di salario è di 700 euro, dato che da tempo a questa parte vengono fatti contratti part-time. I dirigenti delle aziende non vogliono lavoratori full-time, dato che si possono schiacciare molto di più. Come se fossimo carne da macello, ci schiacciano e ci spremono fino a che, ormai bruciati, lasciamo il posto di lavoro.
Anche la salute dei lavoratori non è una priorità per i dirigenti. Le malattie per ansia e stress sono all’ordine del giorno. Anche se all’inizio questo settore avesse una parte fondamentale di assistenza clienti, oramai l’esigenza di vendita in ogni chiamata si è convertita in una spada di Damocle per tutti i lavoratori. Bisogna vendere a tutti costi e coloro che non lo fanno vengono spremuti fino a quando non finiscano per uscire dal lavoro in burnout, in malattia o per un licenziamento ingiusto.
Questi non sono gli unici problemi per i quali si decide di scioperare. Le aziende del Contact Center, raggruppate in un unico patronato, stanno negoziando il contratto collettivo (in ambito statale) da 18 mesi e vogliono che si firmi un nuovo contratto con dei tagli. Vogliono che il salario dei lavoratori, che già aveva una salita irrisoria inferiore al 1% dall’anno 2010, rimanga congelato con lo 0% dell’anno 2014 e 2015.
Vogliono inoltre aumentare la flessibilità degli orari dei lavoratori per impossibilitare l’aumento dell’occupazione. Con gli attuali salari dei call center è impossibile condurre una vita dignitosa e nonostante ciò vogliono di più, imponendo flessibilità a costo delle nostri condizioni di vita. Vogliono ottenere beneficio con il nostro sacrificio.
CGT ha convocato in solitaria degli scioperi parziali (solo alcune ore) durante lo scorso mese di maggio, è però molto complicato mobilitare tutto il settore con iniziative organizzate da un unico sindacato minoritario. In questo caso, sembra che anche le organizzazioni sindacali maggioritarie convocheranno scioperi e paralisi a causa della possibilità che aumentino le ripercussioni nei centri di lavoro.
Chiediamo a tutte le organizzazioni affini e a tutti i sindacati del Contact Center di inviarci dei comunicati di appoggio che passeremo ai lavoratori in tutto lo Stato spagnolo. Il giogo della delocalizzazione continua ad essere un’altra minaccia costante che combattiamo ogni giorno, spiegando che il problema non sono i lavoratori che ricevono chiamate in America Latina o nel nord Africa, ma i dirigenti che sono implicati a livello internazionale e che sfruttano tutti i lavoratori dei call center.
Sciopero Generale. 21 OTTOBRE 2016.
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Settembre 2016 09:07 Scritto da Sandro Mercoledì 07 Settembre 2016 10:54
U.S.I.
Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912
Confederazione di sindacati nazionali e di federazioni locali intercategoriali Segreteria gen. Nazionale
Roma Largo Veratti 25, 00146 Fax 06/77201444 e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Udine Via G. Marchetti 46 e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Milano Via Ricciarelli 37 tel. 02/54107087 fax 02/54107095 e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Roma/Milano/Udine/Caserta, 12 Settembre 2016
DUE GIORNATE DI MOBILITAZIONE E LOTTA SOCIALE E POPOLARE, 21 OTTOBRE CON COPERTURA (PROCLAMAZIONE IN DATA 7 SETTEMBRE 2016) DI SCIOPERO GENERALE NAZIONALE INTERA GIORNATA PER LE CATEGORIE PUBBLICHE E PRIVATE E CON ESTENSIONE A SETTORI PRECARIATO E LAVORO SALTUARIO, DISCONTINUO, DISOCCUPATI, QUALE FORMA DI SCIOPERO “SOCIALE” e con manifestazioni, iniziative e azioni di lotta a livello locale, INDETTO FINORA DA CONFEDERAZIONE USI, DA U.S.B. e da CIB UNICOBAS, con costruzione di una manifestazione nazionale a Roma il 22 Ottobre, contro politiche economiche e scelte antipopolari e antisociali, del governo italiano e di scelte di eccessivo rigore ed austerità dell’Unione Europea.
PER un NO SOCIALE AL REFERENDUM COSTITUZIONALE E ALLA VALORIZZAZIONE DEI PRINCIPI E DELLE GARANZIE- DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PARTE SOSTANZIALE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948, PER LA RIPRESA DI UN PERCORSO SOLIDALE, COLLETTIVO, DI RIPRESA DELLE MOBILITAZIONI, PER CONTRASTARE I NUOVI TENTATIVI DI PEGGIORARE ANCORA LE CONDIZIONI RETRIBUTIVE, SALARIALI, DI LAVORO, DEL REDDITO-SALARIO anche di che è già in PENSIONE, per ridare SLANCIO ALLA RIQUALIFICAZIONE E POTENZIAMENTO DI SERVIZI SOCIALI E PUBBLICI (ISTRUZIONE, RICERCA, SANITA’, DIRITTO ALL’ABITARE), PER LA PIENA ED EFFICACE APPLICAZIONE DELLA SALUTE SUI POSTI DI LAVORO E DELLA SICUREZZA DEGLI AMBIENTI DI LAVORO E DEI TERRITORI, PER DIRITTI SOCIALI E DI CITTADINANZA, PER LA PROSECUZIONE DEL CONTRASTO AI PROVVEDIMENTI NORMATIVI CHE DISTRUGGONO OCCUPAZIONE, DIRITTI E SALARIO (dal “pacchetto Treu” al “JOBS ACT” fino alla Legge 107 2015 “labuonascuoladirenzi”), ALLA TENDENZA ALLA ULTERIORE PRIVATIZZAZIONE, LIBERALIZZAZIONE, DISMISSIONE DI IMPORTANTI SERVIZI E ATTIVITA’ PUBBLICHE, PER L’ESTENSIONE DEI DIRITTI E DELLE AGIBILITA’ E LIBERTA’ SINDACALI E LA FINE DEL MONOPOLIO DI POCHI A DANNO DI TUTTI E TUTTE.
Un percorso di iniziativa ancora in costruzione, aperto al contributo e alla partecipazione di altri soggetti sociali, di strutture sindacali e di lavoratori e lavoratrici, di movimenti di lotta, che condividano i punti prioritari dello sciopero e delle manifestazioni.
Usi, come le altre strutture che hanno preso la responsabilità di intervenire in questa fase, con l’adesione di forze sociali e politiche a sostegno delle lotte di lavoratrici e lavoratori, fa appello pubblico per il rafforzamento e la costruzione di uno schieramento combattivo che prosegua queste iniziative, dandone continuità e prosecuzione, a partire da questo percorso di iniziative del 21 e 22 ottobre, anche in sintonia con quanto già si sta rimuovendo a livello internazionale su tematiche simili.
La segreteria Collegiale.
UNIONE SINDACALE ITALIANA USI fondata nel 1912
Paga troppo bassa! CCNL SEFI.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Agosto 2016 09:05 Scritto da Sandro Lunedì 22 Agosto 2016 11:47
Un addetto alla vigilanza alle dipendenze di una cooperativa ha chiesto l’intervento del giudice contro la paga troppo bassa
Quattro euro e mezzo l’ora è troppo poco. Quella paga viola la Costituzione. E poco importa se fa parte di un contratto di lavoro, sottoscritto da sindacati tra i più rappresentativi, come Cgil e Cisl. Così, il giudice del lavoro ha cancellato con una sentenza il trattamento economico previsto dal contratto «Servizi Fiduciari» (Sefi), che aveva spinto un addetto alla vigilanza a chiedere Giustizia.
La storia
Mario (nome di fantasia) faceva quel lavoro dal 2010 all’istituto bancario Societé Generale Securité Service SpA, a Torino. Era dipendente della Manitalidea, che aveva vinto l’appalto per il servizio. Quando ha iniziato, il suo stipendio era di mille e 243 euro (lordi) al mese. Due anni dopo, l’appalto della banca era andato a un’altra azienda, che aveva mantenuto il posto di lavoro di Mario. E lo stipendio era passato a mille e 300 euro al mese. Due anni dopo, altro cambio d’appalto e di stipendio. Questa volta, al ribasso: mille e 49 euro al mese. Contratto di quattro mesi.
Alla scadenza, il contratto di riferimento è cambiato. È spuntato quello dei «Servizi Fiduciari». Retribuzione: 715 euro lordi (583 netti) al mese. Quattro euro e 40 lordi l’ora, poco più di 3 e 30 netti.
La sentenza
Datore di lavoro è la Prodest Servizi Fiduciari di Milano. Con quello stipendio Mario non arriva a fine mese. È disperato. Decide di rivolgersi all’avvocato Fausto Raffone, conosciuto per le tante cause fatte dalla parte dei lavoratori, spesso su richiesta della Cgil. Ma questa volta è diverso. Il sindacato ha sottoscritto quel «contratto-capestro» e «si è mostrato un po’ freddino sulla questione», ammette il legale. Anche perché, la situazione rischiava di diventare paradossale: un lavoratore messo in difficoltà da un contratto approvato dai sindacati si rivolgeva a un giudice per ottenere il rispetto dei propri diritti, quel minimo di rispetto umano garantito per Costituzione a tutti, ma accantonato proprio da chi dovrebbe salvaguardare gli interessi dei lavoratori.
Il paradosso è diventato realtà. «Una retribuzione che prevede una paga oraria di 4 euro e 40 lordi, manifestamente non è sufficiente al lavoratore per condurre un’esistenza dignitosa e far fronte alle ordinarie necessità della vita», scrive il giudice milanese Giorgio Mariani. Pur riconoscendo la validità normativa del contratto contestato, «questo non lo mette certamente al riparo dallo scrutinio di compatibilità con la norma costituzionale».
Il riferimento è all’articolo 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Difficile pensare che questo avvenga con poco più di 500 euro al mese. Soprattutto considerato che Mario paga «350 euro al mese di affitto più altre 100 di spese».
Gli effetti
Il contratto «super-ribassato» è stato applicato a livello nazionale. Con tante polemiche, ma altrettanti interessi. A incominciare da quelli delle aziende pubbliche, che in questo modo ottengono ribassi sulle basi d’asta degli appalti per servizi di portierato, pulizia e vigilanza. La sentenza di Milano ha inceppato il meccanismo.
«Ritengo fortemente anticostituzionali contratti come quelli Sefi e Unci (applicato nelle cooperativi, ndr). Ci sono gli spazi per rivendicare il diritto all’equa retribuzione come prevede la Costituzione. Purtroppo, a questo punto l’unico modo di ottenere giustizia è attraverso una causa». Magari, con spese a carico del sindacato.
La beffa nella beffa.
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