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I Renzisti. Grazie. NO!!!!!!
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Dicembre 2016 12:42 Scritto da Sandro Giovedì 24 Novembre 2016 14:28
SE VINCE IL NO SI TORNA INDIETRO
DI 30 ANNI SOSTENGONO
RENZI E I SUOI ……
MAGARI!
I sostenitori della controriforma della Costituzione affermano che se vincesse il NO il paese tornerebbe indietro di 30 anni …… MAGARI !!!! 30 ANNI FA:
· Non c’erano i voucher i contratti precari e il lavoro gratis e l’art. 18 tutelava gran parte del mondo del lavoro.
· I salari andavano meglio di oggi, grazie alla scala mobile e ai contratti nazionali.
· Si andava in pensione dopo 35 anni di contributi e le donne in ogni caso a 60anni di età.
· La scuola e la sanità pubblica funzionava per tutte e tutti.
· Nei luoghi di lavoro non si colpivano le libertà sindacali come invece avviene oggi.
· E soprattutto non c’era la disoccupazione, la povertà di massa e lo schiavismo del lavoro di oggi.
Certo 30 anni fa c’erano molte ingiustizie da combattere, ma da allora quelle ingiustizie sono solo aumentate e ad esse se ne sono aggiunte tante altre, che sul mondo del lavoro sono precipitate a valanga.
I Renzisti, quando affermano che se si boccia la “loro costituzione” si torna indietro, sono reo confessi che se passasse la loro “riforma” servirebbe a legittimare 30 anni di furti e ingiustizie ai nostri danni, ai danni dei salariati.
· Il Renzismo è quello che ci ha fregato con il Jobs Act, la Buona Scuola, le privatizzazioni dei servizi ed il blocco dei contratti nel P.I., la vergogna della legge Fornero che continua e la truffa del mutuo dei vent’anni per andare in pensione prima dei 70 anni.
· Marchionne, la Confindustria, le banche, la finanza, sono quelli che tutti i giorni ci portano via lavoro, salario, i nostri diritti e la nostra libertà.
· I burocrati dell’Unione Europea sono quelli in linea con la finanza che ci massacrano con le politiche di austerità.
Tutti questi soggetti non vogliono più la COSTITUZIONE DEL 1948 fondata sul lavoro, vogliono un’altra costituzione, che al primo punto veda aboliti i poteri democratici ai cittadini e ai lavoratori e aumenti il potere ai ricchi banchieri. Non vogliono cambiare, Vogliono continuare con le ingiustizie di questi 30 anni già passati.
Abbiamo perso una montagna di diritti, ora dovremmo anche rinunciare alla già depredata Costituzione conquistata dalla lotta dei Partigiani! NO!!!!!
Se l’Italia è diventata un paese sempre più ingiusto non è colpa della Costituzione ma delle leggi e dei governi che da più di 30 anni colpiscono il mondo del lavoro, individuato un nemico di classe d’abbattere.
IL NO SERVE A CAMBIARE,
IL NO SERVE A RIPARTIRE.
Mandiamo a casa Il Renzismo e la sua costituzione Fasulla.
Coordinamento NO Sociale alla Controriforma
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Sweet black Angel. Autobiografia di una rivoluzionaria
Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Maggio 2023 09:35 Scritto da Sandro Lunedì 21 Novembre 2016 14:22
Sweet black Angel.
Autobiografia ?di una rivoluzionaria
di Giovanni Di Benedetto
Sull’edizione online del New York Times del 3 Novembre scorso, in un articolo intitolato Voters Express Disgust Over U.S. Politics in New Times/CBS Poll Jonathan Martin, Dalia Sussman e Megan Thee-Brenan hanno sostenuto, sulla base di un recente sondaggio della CBS, che la stragrande maggioranza dell’elettorato americano sarebbe stata, letteralmente, disgustata dalla campagna presidenziale. Otto elettori su dieci avrebbero detto che la campagna elettorale è stata di una volgarità respingente e caratterizzata da una crescente tossicità. Ma, soprattutto, è emerso che “Mrs. Clinton, the Democratic candidate, and Mr. Trump, the Republican nominee, are seen as dishonest and viewed unfavorably by a majority of voters” (sia la Clinton, il candidato democratico, che Trump, il candidato repubblicano, sono visti come disonesti e considerati sfavorevolmente dalla maggioranza dei votanti). In queste considerazioni sconfortanti di uno dei più importanti e autorevoli quotidiani americani, che emergono comunque da dati di sondaggi, quindi non si sa quanto attendibili, si condensa tutto il deficit di democrazia, ma anche l’insufficiente opposizione concreta e visibile, che caratterizza ormai in termini cronici, lo scenario politico statunitense. Soprattutto, si manifesta l’assenza della politica, ossia di quella pratica che, pur partendo da interessi parziali, possa configurarsi come forma dell’agire pubblico e comune in grado di cogliere i problemi della società per affrontarli e, eventualmente, risolverli.
Eppure, ci sono stati anni in cui il mondo dei subalterni si opponeva, anche negli Stati Uniti, alle classi dominanti elaborando pratiche e pensieri autonomi, conflittuali e produttivi di risultati efficaci e vincenti. Era il tempo in cui, per esempio, si affermava, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso, la tradizione radicale nera, una tradizione in grado di elaborare strategie politiche, culturali e storiche di straordinaria importanza. A darcene testimonianza, ancora oggi, a circa mezzo secolo di distanza e al tempo delle elezioni presidenziali più triviali e grottesche della storia americana, è Angela Davis, con la sua Autobiografia di una rivoluzionaria, ripubblicata dalla casa editrice Minimum fax nel corrente 2016. Vale la pena rileggere questo testo, che condensa in sé pagine di intensa letterarietà memorialistica e squarci di lucido e quasi dottrinale insegnamento politico, perché in esso si rifrange l’abissale distanza che separa i drammatici problemi della società americana dalla messa in scena del casting per il nuovo presidente.
Per altro, non si tratta soltanto della possibilità, consentita dal libro, di procedere alla ricostruzione storica dello scenario politico-sociale degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, anni nei quali si sviluppano “movimenti sociali e comportamenti collettivi di opposizione, di varie durate ed estensioni e inseriti in un contesto politico-culturale mondiale, che cercano di intervenire sulla realtà per alterarla più o meno profondamente” (Bruno Cartosio, Gli “anni Sessanta” di cui si parla: politica e movimenti sociali, ÁCOMA, Rivista Internazionale di Studi Nordamericani vol. 15, p.7, 1999) ma, altresì, di offrire un punto di vista acuto sui contesti di sfruttamento economico, oppressione razziale e saccheggio coloniale dei giorni nostri. A partire dalla presa d’atto che la comunità afroamericana continua a essere negli USA, e con essa quelle degli ispanici, degli indiani americani, degli islamici, di tutti i gruppi oppressi eccetera, una comunità sotto assedio. In un lungo reportage dello scorso anno pubblicato sul Guardian con il titolo Farewell to America (1.7.2015), Gary Younge sosteneva che i cambiamenti suscitati dalla presidenza del nero Obama, in un sistema istituzionale fortemente condizionato dalle lobby delle multinazionali e nel quale i collegi elettorali sono ritagliati su misura per far vincere determinati interessi, non avrebbero spostato in modo significativo l’ago della bilancia delle disuguaglianze e delle discriminazioni contro le minoranze. Come gli aveva detto Angela Davis, continua Younge, la vittoria di Obama rappresentava “la differenza che non fa nessuna differenza, il cambiamento che non porta nessun cambiamento”.
Ma cosa può dirci oggi, nel tempo presente, Autobiografia di una rivoluzionaria? Racconta Angela Davis che “in un tiepido pomeriggio di febbraio, Gregory Clark e un suo amico stavano percorrendo Washington Boulevard a bordo di una Mustang ultimo modello. Bevevano gazzosa, con le lattine infilate in sacchetti di carta marrone. Giunti a Vineyard Avenue, vennero fatti accostare al marciapiede da un piedipiatti del dipartimento di Los Angeles; secondo il fratello sopravvissuto, il poliziotto disse che avevano l’aria di essere «fuori posto» al volante di quell’auto. (…) Ordinò ai ragazzi di scendere dall’auto e si accinse ad ammanettarli. Forse Gregory cominciò ad alzare la voce. Forse divincolò bruscamente le mani per impedire al poliziotto di far scattare le manette. Forse non fece nulla. Ad ogni modo, ci fu una breve zuffa, poi Carleson (il poliziotto ndr) gli chiuse le manette ai polsi. La vittima era in suo potere, ma Carleson, secondo i testimoni oculari, buttò Gregory a terra sul marciapiede, e mentre giaceva a faccia in giù, con le braccia ammanettate dietro la schiena, gli sparò alla nuca con un revolver calibro 38” (pp. 189-190).
La descrizione degli abusi di polizia del dipartimento di Los Angeles culminati nell’assassinio del diciottenne Gregory Clark e il racconto della pronta risposta della comunità nera che culmina immediatamente nell’organizzazione di un movimento di protesta ci parlano di quanto è continuato a succedere negli Usa in questi ultimi anni. È una successione interminabile di assassinii, Michael Brown a Ferguson, la strage di Charleston in South Carolina, Alton Sterling a Baton Rouge in Louisiana, Philando Castle nei pressi di St. Pauli in Minnesota, Keith Lamont Scott a Charlotte nel North Carolina e tantissime altre vittime, casi meno noti ma altrettanto drammatici e dall’esito omicida. L’ondata di abusi commessi dalle forze di polizia contro afroamericani disarmati è incessante e sconcertante. E negli ultimi mesi la tensione sociale si è accresciuta al punto tale da sfociare in scontri, sparatorie, disordini e guerriglia urbana.
Angela Davis ha avuto sempre chiara la consapevolezza che il capitalismo statunitense è strutturalmente connesso alla discriminazione razziale e alla supremazia bianca. “Non si trattava solo della repressione politica, ma del razzismo, della povertà, della violenza poliziesca, della droga e di tutti gli infiniti mezzi con cui i lavoratori Neri, Bruni, Rossi, Gialli e bianchi venivano tenuti incatenati alla miseria e alla disperazione” (p. 406). Povertà, assenza di istruzione e privazione dei diritti sociali elementari colpiscono soprattutto i neri che rappresentano la parte più debole della società. E non è un caso se il sistema delle carceri rappresenti, entro questo contesto, il dispositivo securitario con il quale una gran massa di uomini e donne di colore viene privata dei propri diritti e delle proprie libertà. Discriminazione economica e discriminazione razziale vanno incessantemente di pari passo.
Angela Davis ha sempre rivendicato la parzialità del proprio punto di vista, il posizionamento di una donna nera e comunista. Tuttavia, questo sguardo situato col quale guardare ai problemi di una società fondata sulla disuguaglianza economica e razziale non le ha impedito di maturare il riconoscimento che solo una politica di movimento, dal basso e di massa, in grado di formulare un fronte unitario di lotte e rivendicazioni, poteva conseguire risultati e produrre un avanzamento delle lotte. “Volevamo che la manifestazione di massa in cui doveva culminare la campagna accomunasse tutte queste lotte in una sola, unitaria dimostrazione di forza. Separati, i diversi movimenti – prigionieri politici, riforme sociali, liberazione nazionale, lavoro, donne, antimilitarismo – potevano suscitare temporali qua e là. Ma la possente unione di tutti sarebbe riuscita a scatenare il grande uragano capace di radere al suolo l’intero edificio dell’ingiustizia” (p. 406). Lo stesso Black Panther Party, col quale Angela Davis collabora brevemente, prima di allontanarsene, aspirava, sostiene Paolo Bertella Farneti, alla “unificazione dei gruppi neri nazionalisti e al progetto di un fronte comune di liberazione con le altre componenti del movimento radicale.” (Black Panther Party: dalla rimozione alla storia, ÁCOMA, Rivista Internazionale di Studi Nordamericani vol. 15, p.61, 1999). Ciò che più rendeva pericoloso il BPP era il suo intervento sociale nei territori che “sembrava davvero in grado di trasformare in organizzazione antagonista disciplinata la rabbia spontanea dei ghetti, che in quegli anni scoppiavano in sanguinose rivolte” (ibidem p.61).
Il pregio del pensiero e delle pratiche radicali della Davis è consistito nell’avere la capacità di intrecciare la politica molecolare con le questioni di respiro generale. È stato un modo particolare di declinare la pratica del “partire da sé”, nonostante Angela Davis, per anni, abbia guardato con un certo scetticismo alle questioni di genere. Col tempo, però, è maturata un’altra consapevolezza e si sono intrecciate, in questo modo, analisi critica del sistema patriarcale, del potere razziale, dello sfruttamento coloniale e del dominio economico del capitalismo. Soltanto con l’intersezione dei differenti momenti del conflitto, da quello di genere a quello razziale, da quello economico a quello ambientale, diventa possibile mettere in discussione il dominio locale e, ad un tempo, globale del capitalismo. La generazione e l’evoluzione del movimento nero radicale Black Lives Matter (le vite dei neri sono importanti), a cui Angela Davis ha dato una significativa adesione, sta a dimostrare che la costruzione di uno spettro di lotte incardinate sul tema della razza, ma anche su quello del genere e della classe, non è impossibile.
Autobiografia di una rivoluzionaria è anche, infine, il racconto di una metamorfosi personale che scava, fin dalle origini esistenziali, nel profondo della presa di coscienza della propria appartenenza alla comunità nera, fin da quando, da ragazzina, la Davis viveva con la propria famiglia nel Sud razzista del paese. Una metamorfosi che fa i conti, nel tentativo di operare una vera e propria decolonizzazione dell’immaginario razzista, con tutte le ambiguità con cui deve misurarsi, e le doppiezze che deve combattere, chi cerca di elaborare da sé un pensiero autonomo e radicale ad un tempo: “verso il mondo dei bianchi, io e i miei amici d’infanzia non potevamo fare a meno di assumere un atteggiamento ambivalente. Da un lato stava l’avversione istintiva verso chi ci impediva di realizzare i nostri desideri, dai più insignificanti ai più ambiziosi. Dall’altro c’era l’invidia non meno istintiva che ci veniva dalla consapevolezza di tutte le cose piacevoli che a noi erano negate. Da piccola, non potevo fare a meno di provare una certa invidia. Eppure ricordo con estrema chiarezza di aver deciso, molto presto, che non avrei mai – e su questo ero categorica – mai coltivato o espresso il desiderio di essere bianca. Ma questa promessa che mi ero fatta non serviva a scacciare i sogni a occhi aperti che mi riempivano la testa ogni volta che i miei desideri si scontravano con un tabù. Così, per non contraddire i miei principi, elaborai una fantasticheria in cui mi mettevo addosso una faccia bianca e andavo senza tanti complimenti al cinema, al parco dei divertimenti e dovunque volevo” (pp. 99-100). Trovo, in questa capacità autocritica, in questa forza di fare i conti con i propri limiti, trasfigurando la complessità di ciò che si è, una grandezza notevole, paradossale, davvero troppo umana. Nella presa di coscienza del proprio sentimento ambivalente nei confronti della cultura dominante, si può rintracciare lo strenuo tentativo di codificare una cultura della resistenza desegregazionista, lo sforzo di elaborare l’abnegazione personale, il rigore etico e la dirittura morale per farne modello di riferimento, per sé ma soprattutto per gli altri. Per contraddittorio che possa apparire, visto che si tratta di un’opera che si fonda sulla memoria personale, il messaggio che ci consegna Autobiografia di una rivoluzionaria è che la condizione di possibilità per essere autenticamente rivoluzionari passa, anche, per la capacità di lavorare su se stessi, negandosi come eroi solitari, combattendo dunque contro quel simbolico, oggi dominante, che veicola un’idea della storia come frutto di un’azione esclusivamente personale e individuale.
In una recente intervista, a chi le chiedeva se avesse esplicitato il proprio endorsement per Hillary Clinton, Angela Davis, sorvolando sul quesito, ha dichiarato che c’è bisogno di un partito di sinistra nuovo in grado di combattere realmente il razzismo, inteso come un dispositivo funzionale all’oppressione economica, e che è sempre di più necessario un movimento di massa in grado di contrastare le disuguaglianze; un movimento grande e unitario che sia radicato nei bisogni del mondo del lavoro, nella lotta per una sanità e per una scuola pubblica decenti, per la fine dell’occupazione da parte della polizia della comunità nera, per la risoluzione del problema delle carceri piene di prigionieri neri, e che prenda una ferma posizione contro la guerra. È per tutte queste ragioni che, quando mi è stato chiesto quasi per gioco, da un conoscente originario degli Stati Uniti, se avessi preferito la Clinton o Trump ho risposto, quasi senza pensarci, che, se avessi potuto, avrei lottato al fianco di Angela Davis, auspicando, magari, la sua elezione a presidente simbolico degli Stati Uniti Socialisti.
CONTRO la VIOLENZA sulle DONNE
Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Novembre 2016 10:21 Scritto da Sandro Martedì 15 Novembre 2016 14:32
CONTRO la VIOLENZA sulle DONNE
Venerdì 25 novembre: sciopero!
Sabato 26 novembre: manifestazione a Roma!
Le Donne del Fronte di Lotta No Austerity sostengono attivamente lo sciopero del 25 novembre (indetto da Slai Cobas per il sindacato di classe e Confederazione Usi) e le manifestazioni contro la violenza sulle donne del 26 novembre 2016 (a Roma ci sarà la manifestazione principale, ma sono previste iniziative anche in altre città d'Italia, tra cui Milano).
- Lo sciopero generale, in coincidenza con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è stato proclamato in tutti i settori lavorativi pubblici, privati e cooperativi e riguarderà tutte le lavoratrici e i lavoratori a tempo indeterminato, a tempo determinato, con contratti precari e atipici.
Da gennaio ad oggi troppe donne sono state uccise in Italia da uomini che affermavano di amarle. La violenza sulle donne è una tragedia che si fa più profonda nei momenti di crisi economica, come quella in cui stiamo vivendo, quando tutti i diritti sono messi in discussione, si chiudono gli spazi pubblici (consultori, scuole, asili, ospedali, centri culturali) e al contempo le donne sono spinte fuori del mondo del lavoro e ricondotte al mero ruolo di mogli e madri all’interno delle mura domestiche; la libertà delle donne, le scelte delle donne, sono continuamente ostacolate e giudicate. I nuovi strumenti di comunicazione di massa (web) si aggiungono a quelli meno recenti (giornali e tv) e usano spesso il corpo delle donne a fini pubblicitari proponendolo come mero oggetto di consumo, umiliando il genere femminile e contribuendo a far crescere nella società una mentalità maschilista.
- La violenza maschile sulle donne può e deve essere respinta. Per respingerla è necessario mettere in discussione il sistema economico su cui si regge, il capitalismo, sistema economico che non esita a sfruttare e umiliare ai fini del profitto tutti gli individui della società che per la loro situazione fisica o sociale sono più facilmente ricattabili (bambini, immigrati, donne).
Mentre si assiste al femminicidio quotidiano delle donne con governi praticamente muti, al contempo si assiste alla messa in discussione delle leggi che tutelano il diritto d’aborto in nome della tutela della vita. Noi diciamo che chi sostiene di difendere la vita attaccando le leggi sull’aborto in realtà cerca solo di limitare la vita e la salute delle donne. Le leggi sull'aborto molto restrittive, infatti, non sono associate a tassi d’aborto più bassi. Il tasso è di 37 aborti ogni mille donne in età riproduttiva nei Paesi in cui è vietato completamente o permesso soltanto per salvare la vita delle donne, rispetto al 34 per mille di quei Paesi dove l'aborto è praticabile su richiesta. Questa, che solo in apparenza è una piccola differenza, in realtà ci parla di come la depenalizzazione, non solo riconosce alla donna il diritto sul suo corpo, ma abbassa il numero d’aborti perché le leggi restrittive producono interventi sanitari non sicuri, portando a complicazioni e a morti che potrebbero essere evitate fornendo servizi pubblici, gratuiti e trasparenti. Le iniziative come il “Fertility day” del Ministro Beatrice Lorenzin, sono un esempio di come il governo italiano, mentre attacca i diritti delle donne con la privatizzazione, nei fatti, dei servizi pubblici, delle scuole e della sanità, spinga ed incoraggi le donne a ritornare al ruolo di fattrice di figli di memoria fascista. Una donna, quella proposta da queste campagne in cui si esalta il ruolo di madre, che, sotto lo stretto controllo della gerarchia maschile, possa svolgere un ruolo per la continuazione della “razza italiana”. Tutto questo è proposto mentre in Italia le donne muoiono ancora di parto (circa 50 donne l’anno).
- E’ necessario cambiare la nostra società, l’economia e la cultura. E’una battaglia che deve essere condotta dalle donne e dagli uomini insieme. E’una battaglia che deve essere condotta dalle lavoratrici e dai lavoratori, dalla stragrande maggioranza della popolazione che non vive di profitti ma del proprio lavoro e che non ha nulla da perdere nel mettere in discussione questo sistema basato sulla paura, la precarietà e la violenza.
Non è un problema di donne contro gli uomini ma un problema che parla a tutta l’umanità.
Lottiamo per arrivare ad una società in cui non sarà più necessario la giornata del 26 novembre contro la violenza sulle donne!
Donne in Lotta No Austerity
www.frontedilottanoausterity.org
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L’USI, ha proclamato lo sciopero generale per il 25,
aderisce all’iniziativa ore 9,30 un presidio sit-in a PIAZZA MONTECITORIO
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