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Pensioni. Valore e Variazioni.

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Pensioni, quante sono quelle decurtate

I calcoli mostrano che ad essere colpito dal blocco delle indicizzazioni è circa il 30% del pensionati. Non è vero invece che negli ultimi vent’anni i vitalizi più bassi abbiano perso in potere d’acquisto, com’è successo invece per quelli più elevati

Maurizio Benetti
L’intervento del governo Monti sulla rivalutazione delle pensioni nel prossimo biennio ha riacceso l’attenzione su questo tema. E’ un argomento sul quale molto si sono spesi i sindacati dei pensionati, in particolare la Fnp Cisl, mentre le Confederazioni si sono sempre mostrate più caute. E’ un tema reale, ma sul quale spesso si fa confusione e si citano dati non veri o parziali o immaginari.

Due esempi tipici sono dati dal documento Cgil, Cisl, Uil del 17 gennaio scorso in cui le confederazioni chiedono che vada affrontato il problema “della progressiva perdita del potere di acquisto subita dai trattamenti pensionistici in essere, a cominciare da quelli d’importo più basso”, e dal calcolo riferito da Adriano Bonafede di una perdita media del 30% del valore effettivo delle pensioni negli ultimi 20 anni.

Dal 1993 le pensioni sono rivalutate sulla base dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Dal 1996, in particolare, la rivalutazione si applica nel mese di gennaio in base all’inflazione registrata nell’anno precedente. La rivalutazione, tuttavia, è totale solo per le pensioni più basse, inizialmente fino a 2 volte l’integrazione al minimo e oggi fino a tre volte il minimo, mentre è solo parziale per quelle più alte. In alcuni anni poi, 1998, 1999, 2000 e 2008, le pensioni più alte non sono state rivalutate a seguito d’interventi del governo.

Se esaminiamo il periodo dal 1996 a oggi, la variazione delle pensioni è quella riportata in tabella. 

2011/1995    144,7    144,4    143,5    141,6    139,7    133,2    127,1    124,0    141,2
2011/1997    132,2    132,1    131,6    130,3    129,1    123,4    118,2    115,6    133,6
2009/1997    129,2    129,1    128,6    127,5    126,4    121,1    116,4    114,1    127,9
2000/1995    115,2    114,9    114,5    113,8    112,8    110,0    108,8    107,8    112,1
2011/2000    125,7    125,7    125,4    124,4    123,9    121,1    116,5    115,1    125,9

Nella prima riga è indicato il valore mensile al 2011 delle pensioni, nella seconda il loro valore rispetto all’integrazione al minimo. L’ultima colonna è relativa all’indice del costo della vita. Vi sono poi le variazioni relative a diversi periodi annui.

Come si può vedere, riga 1, nel periodo tra il 1995 e il 2011 le pensioni fino a 4 volte il minimo (1.873 euro nel 2012) hanno avuto una rivalutazione superiore al costo al costo della vita. Questo risultato deriva dal fatto che nei primi due anni del periodo la rivalutazione applicata alle pensioni è stata sensibilmente più elevata dell’inflazione registrata nei due anni. Questo accade in tutti i periodi d’inflazione in diminuzione perché la rivalutazione è fatta in base all’inflazione dell’anno precedente, mentre in situazioni di crescita d’inflazione accada esattamente il contrario, le pensioni crescono meno dei prezzi come è avvenuto negli ultimi due anni..

Gli anni considerati come inizio e partenza del periodo da considerare, pertanto, non solo neutrali ai fini dei risultati. Se eliminiamo, ad esempio, i primi due anni (riga 2) e consideriamo il periodo 1997-2011, vediamo che tutte le pensioni fino a 4 volte il minimo hanno perso qualche cosa rispetto ai prezzi. Se togliamo dal periodo di calcolo anche l’ultimo biennio (riga 3) nel quale l’aumento progressivo d’inflazione ha portato a una rivalutazione inferiore al costo della vita, torniamo a una situazione che vede le pensioni fino a 4 volte il minimo crescere in linea o in misura superiore all’indice dei prezzi.

Nel complesso possiamo affermare che le pensioni fino a tre/quattro volte il minimo sono state interamente tutelate rispetto alla variazione dei prezzi al consumo misurata dall’indice relativo alle famiglie di operai e impiegati. Si può naturalmente discutere se i dati Istat riflettano la realtà dei prezzi, se il paniere considerato è quello corrispondente agli acquisti abituali operati dai titolari di queste pensioni o se dovrebbe essere utilizzato un paniere diverso nel contenuto e/o nei pesi dei singoli beni. La rispondenza con la realtà dell’indice dei prezzi è un problema che riguarda tutti, non solo i pensionati. Fino a prova contrario è comunque l’indice di riferimento.

Non è detto, poi, che nel medio-lungo periodo un cambio di paniere abbia effetti positivi dal punto di vista dei pensionati. La dinamica dei prezzi dei singoli prodotti non è uguale nel tempo, un paniere oggi più favorevole non è detto che lo sia domani. Il paniere della scala mobile era molto diverso da quello del costo della vita, ma in alcuni periodi ha registrato variazioni più alte rispetto a questo, in altri variazioni più basse. Un diverso paniere, poi, andrebbe applicato anche alle pensioni di importo elevato?

Se assumiamo come valido l’indice dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati l’affermazione contenuta nel documento confederale ha poco senso, le pensioni basse e medie non hanno perso in termini di potere di acquisto e, comunque, anche considerando indici diversi sono quelle che hanno avuto i maggiori incrementi. Le pensioni fino a 1,5 volte il minimo, percepite da pensionati con almeno 64 anni di età, hanno, inoltre, percepito dal 1997 una somma annua aggiuntiva (quattordicesima mensilità) pari oggi a 504 euro, e sono quindi cresciute in misura sensibile rispetto al costo della vita..

  • Il problema, semmai, sarebbe la difesa del potere d’acquisto delle pensioni alte che a causa della parziale rivalutazione e dei blocchi operati in alcuni anni hanno subito una sensibile perdita, crescente in relazione al loro ammontare, rispetto all’indice dei prezzi. Limitandoci al periodo 1995/2011 le pensioni comprese tra 7 e 8 volte il minimo hanno perso circa 8 punti rispetto all’indice dei prezzi; 14 punti hanno perso le pensioni pari a 14 volte il minimo, 17 punti quelle pari a 35 volte il minimo.
  • Considerando l’insieme delle pensioni, quelle fino a tre volte il minimo (1.405 euro lordi mensili), salvate quindi dal blocco Monti, comprendono l’83% di tutte le pensioni. Quelle fino a 4 volte il minimo (1.873 euro lordi mensili) sono il 91%. Le pensioni superiori a 7 volte il minimo (3.278 euro), che denunciano una perdita crescente del loro valore, sono circa meno del 2% delle pensioni erogate.
  • Nel Fondo lavoratori dipendenti (Fpld) le pensioni fino a tre volte il minimo sono l’86% del totale. Quelle fino a 4 volte il minimo sono il 90%, mentre le pensioni superiori a 7 volte il minimo (3.278 euro), sono circa il 2% delle pensioni erogate.
  • Nelle gestioni Inpdap le pensioni fino a tre volte il minimo sono il 72%, quelle fino a 4 volte il minimo sono l’81% e le pensioni superiori a 7 volte il minimo (3.278 euro), sono il 5,7% delle pensioni erogate. Tra gli autonomi le pensioni inferiori a 4 volte il minimo sono il 97% del totale.
  1. Dati parzialmente diversi si ottengono se invece di considerare le pensioni si considerano i pensionati. A fronte di circa 24 milioni di pensioni ci sono poco meno di 17 milioni di pensionati che godono mediamente di 1,4 pensioni a testa (dati casellario 2009) e dal 1999 la rivalutazione è applicata in base alla somma delle pensioni percepite e non sulla singola pensione separatamente. I pensionati con pensioni fino a 3 volte il minimo sono il 70% del totale, quelli fino a 4 volte il minimo l’84%, mentre oltre i 3.000 euro mensili c’è il 4% dei pensionati

Rispetto ai prezzi il “problema” rivalutazione si pone, quindi, solo per una ristretta minoranza di pensioni e di pensionati che percepiscono pensioni lorde mensili superiori ai 3.000 euro. Affermare che le pensioni hanno perso “mediamente” circa 30 punti rispetto ai prezzi negli ultimi 20 anni non ha quindi alcun senso e non trova nessun riscontro nei dati. Questa perdita si può attribuire solo a pensioni con valori oggi a 6/7.000 euro lordi mensili.

La maggior parte delle pensioni alte non è frutto dei contributi versati durante l’intero arco della vita lavorativa, ma deriva dal sistema di calcolo basato sulle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro (ultima retribuzione nel settore pubblico). Solo chi ha avuto una carriera piatta dal punto di vista retributivo ha una pensione corrispondente ai contributi versati, gli altri usufruiscono di un “regalo” finanziato dagli altri lavoratori o dallo Stato tanto più grande quanto maggiore è stata la progressione di carriera negli ultimi anni ( la maggiore rilevanza delle pensioni alte nelle gestioni Inpdap è dovuta anche a questo).

La diminuzione progressiva di queste pensioni in termini reali può, pertanto, trovare “giustificazione” nella non corrispondenza tra prestazione e contribuzione. La cosa cambia nel contributivo, sistema nel quale questo “regalo" non c’è più e dove, pertanto, una forma d’indicizzazione non piena al costo della vita non può essere giustificata. In questa situazione, peraltro, costituisce un accanimento porre a carico delle pensioni più elevate un contributo aggiuntivo. Si colpiscono due volte le stesse prestazioni.


L’indicizzazione ai prezzi, forma diffusa in molti paesi dell’Unione, ha il difetto di escludere i pensionati dai mutamenti dell’economia nazionale e di creare il fenomeno delle pensioni d’annata. In una fase di crescita dell’economia e dei salari superiore all’incremento dei prezzi, le pensioni crescono meno del Pil e delle retribuzioni, viceversa in caso di diminuzione reale del Pil e di stasi o diminuzione delle retribuzioni le pensioni crescono in base ai prezzi e, in genere, di più. Quest’ultimo fenomeno si è verificato ad esempio nel 2009, anno in cui l’indice pieno d’incremento delle pensioni è stato del 3,2% mentre il Pil nominale è diminuito del 3,1% e la retribuzione media di contabilità nazionale è cresciuta solo dell’1,8%. Anche nel 2012 accadrà probabilmente la stessa cosa; le pensioni fino a tre volte il minimo cresceranno più del Pil e probabilmente più delle retribuzioni. Questo comporta un aumento del peso della spesa pensionistica sul Pil; nel 2009 (quando, appunto, il prodotto ha registrato un netto calo) si è passati da un valore del 13,8 a uno del 14,9%.

Un aumento delle pensioni maggiore di quello del Pil nominale o delle retribuzioni di fatto si è verificato raramente fino ad oggi; più di frequente, invece, vi è stato un incremento maggiore di quello delle retribuzioni contrattuali. Una continua differenza tra incremento delle pensioni e delle retribuzioni di fatto comporta una diminuzione progressiva nel rapporto tra pensione media e retribuzione media. Un lavoratore metalmeccanico di 5 livello andato in pensione nel 1995 con il 70% dell’ultima retribuzione ha oggi una pensione pari al 63% della retribuzione percepita da un lavoratore di pari livello a causa, appunto, della diversa dinamica della pensione e della retribuzione (in ogni caso, l’iperbole usata da  Bonafede è eccessiva: la pensione di un dirigente generale andato in pensione vent’anni fa resta nettamente superiore, con un rapporto di 4 a 1, a quella di un fattorino che lascia il lavoro oggi).

Se misuriamo la perdita di potere d’acquisto in riferimento all’andamento del Pil o delle retribuzioni, tutte le pensioni vedono diminuire il loro valore nel tempo. Mentre le retribuzioni possono aumentare con la contrattazione e crescere anche in funzione della produttività, quindi in misura maggiore dei prezzi, per le pensioni non vi è questa possibilità e quando teoricamente c’è stata (riforma Amato del 1992) la norma in questione non è mai stata applicata

C’è quindi la necessità di riesaminare il capitolo della rivalutazione delle pensioni senza illudersi, peraltro, che questo possa avvenire oggi e, soprattutto, per le pensioni in essere. Si deve ragionare in prospettiva all’interno del sistema contributivo creando un collegamento tra crescita dei salari o del Pil e le pensioni. Oggi, come si è visto con la manovra Monti, il problema è semmai difendere la rivalutazione che c’è e introdurre limitate correzioni.

L’indicizzazione ai prezzi comporta che il suo valore relativo rispetto alle retribuzioni diminuisce nel tempo. Questo significa che chi va in pensione oggi è meno coperto dall’integrazione rispetto a chi vi è andato negli anni precedenti. Anche l’integrazione al minimo è di annata. Se l’integrazione al minimo fosse cresciuta dal 1995 ad oggi come le retribuzioni il suo importo mensile nel 2012 sarebbe stato pari a 521 anziché a 468 euro. Questo significherebbe una tutela maggiore per gli integrati, ma anche una maggiore rivalutazione dato che l’indicizzazione piena passerebbe da 1.405 euro a 1.563 euro.

Questo avrebbe riflesso naturalmente nella spesa pensionistica a breve, ma non sulla sostenibilità della stessa nel lungo periodo. Nelle previsioni sull’andamento della spesa pensionistica la Ragioneria generale dello stato aggancia, infatti, l’integrazione al minimo alla variazione delle retribuzioni e non al costo della vita. Rgs, correttamente, ritiene che su periodi lunghi 50 anni come quello delle previsioni non sia realistico pensare che l’integrazione cresca solo in base al costo della vita. Se infatti assumiamo un tasso di crescita reale delle retribuzioni pari all’1,5% annuo, in 50 anni il rapporto tra integrazione al minimo e retribuzione si dimezzerebbe. Ma questo è vero anche nella realtà, non solo nelle previsioni.

Le ragioni dell’intervento del governo sulle indicizzazioni sono evidenti, la necessità di fare cassa. Un blocco totale della rivalutazione avrebbe comportato un risparmio di spesa di circa 6 miliardi di euro solo nel primo anno. La limitazione del blocco alle pensioni maggiori a tre volte il minimo ne ha ridotto in parte gli effetti, ma i risparmi prodotti dalla manovra di agosto e da quella Monti sull’indicizzazione generano risparmi di spesa pari a 3 miliardi nel 2012 e a 6,4 mld nel 2013 (2,4 mld e 5 mld al netto della perdita fiscale). Dati i saldi da rispettare, trovare risorse di pari importo in altri settori non era certamente agevole e se l’enfasi si pone sulla difesa delle “pensioni basse” con il passaggio da due a tre volte il minimo il governo ha, almeno in parte, risposto.

Si tende a ignorare, anche da parte sindacale, che una parte delle pensioni basse non è frutto del sistema pensionistico o della mancanza di lavoro e di contribuzione, bensì della volontà di una parte dei lavoratori. Perché un pensionato-baby del pubblico impiego o un lavoratore autonomo che deliberatamente ha versato meno di quanto dovuto debbono godere di una tutela rispetto ai prezzi maggiore di quella riservata a un pensionato con 35/40 anni di contribuzione che ha una pensione superiore a tre volte il minimo? Le pensioni basse non sono tutte uguali, hanno alle spalle storie contributive molto diverse. Anche una parte delle pensioni più basse non corrisponde ai contributi versati sia per l’età precoce di pensionamento sia per l’importo dell’aliquota contributiva rispetto al calcolo della pensione. Basare l’indicizzazione solo sull’ammontare della pensione non risponde a criteri di equità. Più equo sarebbe agire con un contributo di solidarietà che gravi certo sulle pensioni più elevate, ma anche su chi è andato in pensione molto presto o ha usufruito di aliquote di contribuzione basse.

Fonte: Uguaglianza & Libertà

O3.02.2012

 

Salute lavoratori videoterminale

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Salute lavoratori videoterminale, sorveglianza sanitaria e consigli INAIL

Salute, sorveglianza sanitaria per la rieducazione visiva.  Lavoratori adibiti al videoterminale (VDT).

Il TU 81/08, (titolo VII, Capo II, art. 176  commi 1 e 3, sorveglianza sanitaria, attrezzature munite di videoterminali).

Nel comma 1 si legge che i lavoratori sono sottoposti alla sorveglianza sanitaria  con particolare riferimento:
a) ai rischi per la vista e per gli occhi;
b) ai rischi per l’apparato muscolo-scheletrico.

Il comma 3: “Salvi i casi particolari che richiedono una frequenza diversa stabilita dal medico competente, la periodicità delle visite di controllo è biennale per i lavoratori classificati come idonei con prescrizioni o limitazioni e per i lavoratori che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età; quinquennale negli altri casi”.

L’INAIL. Qui sotto trascrivo  una serie di semplici esercizi di rieducazione visiva , suggeriti dall’INAIL, che aiutano a prevenire i disturbi della vista dovuti all’uso del VDT.

Palming: davanti ad una scrivania, coprite gli occhi con le mani ed appoggiate tutto il peso del capo sui palmi delle mani. Restate così per 2 – 3 minuti respirando tranquillamente. Notate come l’oscurità davanti agli occhi diventa man mano più profonda. Si può terminare visualizzando paesaggi naturali e tranquilli. Fatelo spesso per riposare gli occhi. Ogni volta che dovete aspettare il caricamento di una pagina, invece di fissare ansiosamente lo schermo, fate palming. Quest’esercizio sviluppa un senso di calore sull’organo della vista che ha un effetto benefico favorendo il rilassamento della muscolatura intrinseca ed estrinseca dell’occhio.

Allenamento e accomodazione: avvicinate e allontanate dagli occhi una penna (o un qualsiasi oggetto colorato) mentre la osservate. Respirate e battete le palpebre. L’allontanamento e l’avvicinamento alternati di un oggetto determina contrazione e rilassamento del muscolo dell’accomodazione (ciliare) che altrimenti resterebbe contratto nella stessa posizione per troppo tempo causando affaticamento visivo. Inoltre, mentre ammiccare con le palpebre facilita la fuoriuscita del film lacrimale che “lubrifica”, disinfetta e nutre la cornea, l’esercizio respiratorio ossigena il sangue e conseguentemente anche l’occhio.

Sunning: senza occhiali e ad occhi chiusi guardate in direzione del sole per qualche istante. Respirando immaginate davanti a voi una profondità infinita immaginando di assorbire il calore e distribuirlo dentro gli occhi, dietro, e anche verso la nuca. 5 – 10 minuti. Fa molto bene alternarlo con il Palming. Muovete poi gli occhi in grandi cerchi per permettere alla luce di toccare ogni parte della retina.

Coordinazione spaziale: seguite molto lentamente il contorno di un quadro o qualsiasi altro oggetto, come se lo disegnaste con la punta del naso; alternate oggetti vicini e lontani.
Quest’esercizio ha una azione selettiva sulla visione stimolando la messa a fuoco per lontano, contrariamente a quello che accade con l’uso del VDT in cui è impiegata esclusivamente la visione per vicino.

 

Val di Susa. Lo stato al servizio del capitalismo.

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Lo stato al servizio del capitalismo.

  • Lo Stato al servizio del Capitalismo e delle mafie prepara la strada alla stoccata decisiva verso lo sfruttamento autoritario e devastatore della Val di Susa.

È in questo senso che va vista l'operazione repressiva attuata in tutta Italia in cui sono stati arrestati numerosi compagni e compagne e molti altri sono stati colpiti da impedimenti giudiziari. Compagni e compagne la cui colpa è stata quella di aver partecipato, nel luglio del 2011, alla difesa della Valle contro la speculazione e la barbarie del profitto.

  • Uno Stato sempre più fascista che promuove d'autorità misure economiche che affamano le classi sociali più povere e che, dietro spettacolari quanto inutili azioni eroiche della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate, nasconde la vera natura del nuovo corso tecno-fascista dell'esecutivo italiano: privatizzare i beni comuni, svendere ai privati industrie e proprietà del capitalismo statale, drenare la fiscalità derivante dal lavoro dipendente verso le tasche dei privati col finanziamento di opere devastatrici dell'ambiente e inutili per la collettività.

Tale è la TAV.
Guai a opporsi all'appropriazione delle terre da parte di un Capitale occidentale sempre più minacciato dalla concorrenza degli altri pescecani mondiali e quindi sempre più incattivito e bisognoso dell'azione dello Stato e dei suoi sgherri, suoi naturali alleati.

  • E siccome non è bastata la denigrazione attraverso media e giornali di regime, ad etichettare chi ha partecipato alla lotta, con le solite panzane sui "black bloc", cercando di screditare un movimento reale di resistenza popolare che ha ormai da tempo varcato le soglie del localismo e siccome non sono bastati i manganelli ed i lacrimogeni ad altezza d'uomo, ecco che la repressione della resistenza valsusina acquista un nuovo e più alto livello.
  • La lotta contro la TAV è un esempio pericoloso di autogestione e autodeterminazione popolare ed allora il messaggio dello Stato è molto chiaro: nessuno può mettere in discussione le decisioni delle oligarchie capitaliste tecniche o politiche che siano, destre o pseudosinistre che siano.

Di fronte a questo ennesimo attacco la nostra risposta è e sarà sempre la stessa.

Continueremo a lottare per difendere i nostri territori dalle mire devastatrici del Capitale, per una società senza sfruttamento, autogestita e orizzontale.

  • Solidarietà ai compagni ed alle compagne colpite dalla repressione!

Segreteria Nazionale
FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

   

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