Per una critica radicale dell'economia politica

Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Aprile 2015 13:18 Scritto da Sandro Lunedì 20 Aprile 2015 13:17

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Per una critica radicale dell'economia politica

Riccardo Frola

Dieci anni prima dello scoppio del crack finanziario, su una rivista tedesca del 1995, un caustico pubblicista di nome Robert Kurz raggelava l'euforia dei Nineties, sostenendo che «se l'estate siberiana del boom fordista nel dopoguerra» era stata già breve, «l'epoca seguente del “capitalismo da casinò”» degli anni '80 e '90 sarebbe stata «ancora più breve» (1). La crisi finale, anzi, era già in corso dagli anni '70 e presto uno scoppio fragoroso l'avrebbe annunciata al mondo. «Crisi?... quale crisi?», chiosavano nel frattempo gli osservatori economici, e la tesi di Kurz restò «voce di uno che grida nel deserto». Gli «uomini il cui orizzonte è il mercato – commentò Kurz –, [...] “credono” alla crisi assoluta solo quando loro stessi mangiano dalla pattumiera».

Quattro lustri dopo, quando anche il soddisfatto «ceto medio ha iniziato a frugare nei contenitori» (2) dell'immondizia, le idee della «critica del valore» che Kurz ha elaborato con E. Lohoff, N. Trenkle, A. Jappe fra gli altri, cominciano a suscitare meno indifferenza: sic transit gloria mundi.

Nello scorso mese di giugno è uscito, per Mimesis, Terremoto nel mercato mondiale (Mimesis, Milano, 2014, pp. 86, € 5,90), di Trenkle e Lohoff. Il libretto, in poche pagine, rende gli strumenti del pensiero marxiano adatti a ristabilire il giusto nesso tra «l'enorme bolla dei mercati finanziari» e la più generale crisi del capitalismo. Il lettore viene così scrollato dall'ipnosi, di sapore antisemita, delle attuali «personificazioni» della crisi che vanno dalle urla contro la casta degli speculatori, ai deliri del signoraggio. Attribuire responsabilità esclusivamente al capitale finanziario, inoltre secondo gli autori, significa rovesciare la «connessione di causa-effetto» della logica capitalistica. La vera causa del tracollo si trova sotto la superficie finanziaria, nelle profondità contraddittorie del meccanismo capitalista. Ma di quale contraddizione parla la «critica del valore»? Per Marx - riferimento teorico insostituibile - il valore di una merce è dato dal tempo di lavoro speso per la sua produzione. Il «lavoro» che dà sostanza al valore però, il lavoro astratto, è un'astrazione tipica del solo capitalismo, una funzione che riduce tutti i differenti lavori concreti a «quantità di tempo indifferenziato speso per produrre una merce» (3). Una merce rappresenta, sul mercato, una mera quantità di lavoro astratto in base alla quale può essere scambiata con altre che esprimano una quota uguale della medesima sostanza.

Nel meccanismo di valorizzazione, anche i lavoratori sono privi di differenze e ridotti a semplici portatori di capacità di lavorare: una capacità qualsiasi da riversare nelle diverse branche della produzione. Un operaio può sempre essere convertito in centralinista, purché lavori e produca valore. In questo gioco sociale, la capacità di lavorare diventa una merce (la forza-lavoro) da vendere agli imprenditori in cambio di un salario. I capitalisti hanno il ruolo di generare nuovo valore costringendo i portatori di forza-lavoro a lavorare più tempo di quanto sia necessario a riprodurre il valore che costano. Per ottenere questa «estorsione di plusvalore», i proprietari di capitale sono costretti ad aumentare ossessivamente la produttività, rinnovando il potenziale tecnologico.

Ma, ed è questa la contraddizione centrale, la rincorsa tecnologica ha condotto, negli ultimi trent'anni, ad un livello di produttività così alto che il lavoro umano – l'unica merce in grado di generare valore – è diventata superflua per la produzione. Il capitalismo ha segato il ramo sul quale era seduto. Negli anni '80, però, il crollo fu rimandato proprio grazie alla stampella del capitale fittizio e l'accumulazione sembrò così ripartire.

Ma, nello scambio di prodotti finanziari, anche se il denaro venduto come merce ritorna accresciuto, si accresce soltanto di una sostanza fittizia, non basata su «valore effettivo». Con la creazione di titoli, infatti, si anticipa un valore – che viene utilizzato da subito come fosse «reale» –, sperando nella sua futura effettiva realizzazione nel processo di produzione. Come in un incantesimo, il capitale si accresce, raddoppia secondo dinamiche che il libro spiega con originalità; ma la massa di valore, la vera sostanza della ricchezza capitalista, non aumenta di un grammo.

Tuttavia, se il valore anticipato non viene poi generato nella produzione di merci tramite impiego di forza-lavoro, il meccanismo crolla: tutte le bolle finanziarie, in ogni crisi, sono scoppiate.

Che fare?

In un contesto in cui il lavoro – restando la base di una società in cui senza vendere forza-lavoro non è possibile accedere alle risorse – si è trasformato in una comparsa costretta a recitare sul palco tecnologico-informatico soltanto per qualche minuto; autorevoli esponenti politici propongono con acume di trasformare i «servizi per il lavoro in un diritto di cittadinanza» (4). Per farne cosa?

E i tentativi di risanamento e austerità? Secondo gli autori: una drammatica fiction degli Stati per conservare credibilità sui mercati finanziari e rimandare di un poco il crollo della montagna di promesse di pagamento ormai insolvibili.

La critica radicale piuttosto, ecco la proposta del libro, dovrà dirottare la produzione verso i bisogni concreti svincolando la società dalle assurde contraddizioni della logica del valore. Voler mantenere in vita artificiale il cadavere del capitalismo, condannando milioni di disoccupati a cercare, per sopravvivere, di interpretare ancora quel ruolo superfluo che qualcuno favoleggia di trasformare in un «diritto» o a morire di fame in mezzo all'abbondanza sarebbe, secondo gli autori, la più grande «occasione mancata» della critica dell'economia politica.

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Note

1.    R. Kurz, «La fine della politica e l'apoteosi del denaro», Manifestolibri, p.119

2.    Sono dichiarazioni di M. Iazzolino, segretario generale della fio.PSD

3.    A. Jappe, in Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, p.126

4.    È quanto ha sostenuto G. Cuperlo, Corriere della sera 23/09/2014