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Improvvisazioni a tutela dei soggetti fragili

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ATTIVAZIONE DEL SERVIZIO DI ASSISTENZA DOMICILIARE PER GLI UTENTI

DEI CENTRI DIURNI ALZHEIMER E  IMPIEGO DEI RELATIVI OPERATORI


Con la presente facciamo seguito alla nota già inviata in data 14.03 u.s., allegata, e alla nota pubblicata in data 22.03 nel sito di Roma Capitale,  “Sociale, sostegno alternativo per utenti dei centri semiresidenziali chiusi”,  per sottolineare di seguito le evidenti criticità di tale provvedimento.

 

Nella precedente nota, in toto richiamata, avevamo già fatto presente la mancanza di presupposti legali per commutare un servizio semiresidenziale come il Centro Diurno Alzheimer, in un servizio di assistenza domiciliare, non essendo stati seguiti tutti i protocolli e senza aver fatto le valutazioni tecniche necessarie per ridefinire i piani individuali di intervento di ogni utente, coinvolgendo tutta una serie di “attori” dell’intervento sociale integrato (ASL, Municipio, Dipartimento, Cooperativa). In aggiunta a ciò si sottolineava l’impossibilità di aver eseguito, precedentemente all’attivazione di questo servizio, verifiche della compatibilità dei domicili con le norme di salute e di sicurezza degli ambienti di lavoro, come è obbligatorio per legge, tramite precise visite domiciliari, così come non si è proceduto alla sanificazione del luogo di lavoro, in ottemperanza alle recenti determinazionI governative in materia di Coronavirus. E, infine, si evidenziava ulteriormente l’estrema difficoltà al rispetto da parte dell’utenza della distanza minima di un metro prevista dalle norme sanitarie per evitare il contagio, nonché le difficoltà per gli operatori di recarsi nei domicili con i mezzi pubblici, ridotti all’essenziale e con evidente maggior rischio di contagio.

 

  • Nonostante il richiamo a queste obiettive criticità, la rimodulazione del servizio di questi Centri Diurni in assistenza domiciliare è stata avvallata dalla Sindaca e dall’Assessorato alle Politiche Sociali, senza alcuna considerazione di precisi dati di fatto.

 

Si vuole infatti ribadire che: l’utenza dei centri diurni Alzheimer è composta da persone anziane che, nella assoluta maggioranza dei casi, vivono nel loro domicilio con familiari o badanti (non potendo evidentemente essere lasciati soli a domicilio nei giorni in cui non frequentano il servizio), per cui il nostro intervento, come si svolge nei centri suddetti, è esclusivamente di tipo sociale, di integrazione e ricreativo. Tale intervento, quindi, anche se svolto a domicilio, non rientra in alcun modo nella fattispecie di “essenzialità” di intervento sanitario, come invece richiesto dalla logica di tutte le  disposizioni governative in materia di contenimento del contagio, contenimento che può essere fatto SOLO ed ESCLUSIVAMENTE limitando al massimo i contatti con l’esterno. L’operatore SOCIALE che si reca al domicilio dell’anziano, seppur con tutti i dispositivi individuali di protezione, per fare un intervento di tipo esclusivamente, ripetiamo, sociale (non essendo un dipendente del comparto della sanità pubblica e non avendo altre mansioni quindi), quale può essere compagnia o sollievo alla famiglia dell’assistito, seppur svolgendo un intervento indiscutibilmente importante, crea una situazione di GRAVE  e OBIETTIVO rischio alla salute dell’anziano, della famiglia che lo circonda, dell’eventuale badante che lo assiste, poiché l’operatore viene dall’esterno e può essere in qualsiasi maniera portatore di contagio per gli altri, nonché (e non è meno importante) per se stesso e la sua famiglia.

 

  • Nella logica della tutela della salute pubblica e principalmente delle fasce più deboli quali sono gli anziani (statisticamente gli over 65 sono l’80% dei colpiti dal Coronavirus), gli unici interventi possibili a domicilio per anziani fragili, che comunque, come abbiamo già detto, vivono con familiari o badanti, in questo momento di EMERGENZA sanitaria mondiale, sono interventi ESSENZIALI SANITARI non differibili (che possono essere cioè svolti esclusivamente da personale sanitario). Qualsiasi altro tipo di intervento comporta un’ esposizione al rischio di contagio non ammissibile per l’utenza e i lavoratori coinvolti, che, è bene ricordare,  non svolgono il servizio domiciliare solo da un unico anziano ma si spostano di casa in casa, molto spesso con mezzi pubblici, creando così una rete di possibili contagi che si viene ad allargare  a macchia d’olio, il tutto, non ci stanchiamo di ripeterlo, per interventi non essenziali alla salute pubblica.

 

E la “non essenzialità” del nostro intervento ce la ricorda anche la memoria storica del Centro Diurno Alzheimer Tre Fontane che nel 2016, quando la giunta Raggi si era da poco insediata in Campidoglio, fu chiuso per disposizione dei Municipi VIII   e IX,  che lo hanno in gestione, per questioni burocratiche relative all’assegnazione dei rispettivi bandi di gara, per un periodo totale di 5 mesi. Tale chiusura fu comunicata alle famiglie nel giro di una settimana e gli anziani rimasero in parte a casa, in parte furono inviati in altri centri (non Alzheimer e quindi senza personale formato adeguatamente), creando evidente destabilizzazione all’utenza. All’epoca non vi era alcuna pandemia e il Centro, nonostante le numerose proteste degli operatori e dei familiari che si recarono personalmente in Campidoglio più di una volta senza essere mai ricevuti né dalla Sindaca né dall’Assessorato, non fu riaperto se non dopo cinque mesi (nei quali tra l’altro i lavoratori non percepirono alcuna retribuzione) e fu riaperto solo ed esclusivamente per l’intervento dei lavoratori e dei familiari coordinati dal fondamentale sostegno del sindacato U.S.I.  Se all’epoca, quindi, non veniva ritenuto dall’Amministrazione vigente un grave danno privare gli anziani del nostro servizio, per mere questioni burocratiche, non si comprende come adesso la mancanza del medesimo tipo di intervento dovrebbe comportare un danno tale da superare la tutela della salute e della vita dei suddetti anziani.

 

Siccome, tuttavia, non è nostro costume criticare senza pensare contemporaneamente a possibili soluzioni alternative per la tutela delle fasce più deboli verso cui il nostro lavoro è sempre diretto, proponiamo di seguito una semplice considerazione. Come sottolineato oggi anche da un articolo apparso sul quotidiano “La Repubblica”, la maggior tutela dal punto di vista sanitario  per gli anziani, in questo periodo emergenziale, si ha nel momento in cui la persona anziana viene a contatto con meno persone possibili, fossero anche i suoi famigliari, che per evidenti esigenze di “vita” frequentano l’esterno, si spostano dalla loro casa, vanno a fare la spesa, etc.

 

Si ha quindi la necessità che l’anziano abbia UNA SOLA  persona di riferimento convivente per l’intero periodo dell’emergenza e che può essere o una badante già presente oppure un familiare dedicato. Un intervento attento e rientrante nella assoluta logica della primaria tutela della salute pubblica, avrebbe quindi potuto pensare a sostenere la persona convivente con l’anziano (badante, familiare, etc) tramite, ad es. contributi statali,

quali bonus extra per le badanti,  semplificazione di procedure burocratiche in tema di permesso di soggiorno, sempre per le badanti, oppure congedi speciali e contributi per i familiari che avrebbero dovuto farsi carico di quest’onere. Così facendo, alla tutela dell’anziano si sarebbe unito il perseguimento del principale obiettivo che ci impone questa drammatica pandemia mondiale, ovvero il contenimento del contagio, con quante più modalità è possibile attuarlo, modalità che non possono certo concepire l’idea di un operatore che girando di casa in casa diventa tramite e mezzo di diffusione del contagio.

 

Certi della Vostra comprensione e di una Vostra fattiva risposta, cogliamo l’occasione per porgere i nostri distinti saluti.

 

Laura Pece R.S.A. USI

Centro Alzheimer Tre Fontane