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Le mancate tutele alla salute

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Lettera aperta di un gruppo di operatori e operatrici del SAD di Bologna

 

All’attenzione:

degli operatori e delle operatrici del SAD di Bologna

degli utenti del servizio SAD Anziani e Disabili Adulti e dei loro famigliari

delle Cooperative del Consorzio Aldebaran: Áncora Servizi, Asscoop, Cadiai, Società Dolce,

del Presidente della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna e degli Assessori competenti

del Sindaco di Bologna e degli Assessori competenti

dell’ASP Città di Bologna

dell’AUSL di Bologna

delle Organizzazioni Sindacali di categoria nazionali e territoriali

delle Agenzie di informazione locali

 

Siamo un gruppo di Educatori ed Educatrici Professionali e Operatori Socio-Sanitari che lavorano nel SAD Anziani e Disabili Adulti sul territorio del Comune di Bologna.

Abbiamo scelto questa modalità di comunicazione in quanto ci sembra l’unica diretta, autentica e chiara per poter esporre in modo sintetico tutto quello che stiamo affrontando in questi giorni di emergenza sanitaria come lavoratori, non meno che come cittadini, e ancor più come madri, padri e in generale persone coinvolte in rapporti affettivi, di convivenza, di cura, e dotate di quell’amor proprio che ci rende esseri umani.

Il lavoro che facciamo ha come funzione principale quella del mantenimento e, quando possibile, del miglioramento del benessere di vita della nostra utenza. Tale macro-obiettivo comprende tanto gli aspetti legati alla salute fisica ed emotiva, quanto quelli educativi e assistenziali, tutti accomunati da un elemento strutturale e contestuale di non poca importanza, ovvero il domicilio dell’utenza. Eh già, perché, come si evince dall’acronimo SAD (Servizio Assistenziale Domiciliare), noi siamo gli operatori e le operatrici che lavorano individualmente (o in coppia) sul territorio, “a casa” dell’utenza, quindi inevitabilmente “a stretto contatto” con essa. E che spostandosi di abitazione in abitazione rappresentano, nella situazione attuale, un perfetto ancorché potenziale vettore di diffusione del contagio (nel SAD Anziani, ad esempio, ogni operatore svolge quotidianamente in media 5-6 interventi domiciliari, e spesso con un’utenza che cambia ogni giorno, col risultato che ognuno di noi può venire in contatto, in una settimana lavorativa media, anche con 20 utenti diversi; senza contare il servizio di consegna dei pasti a domicilio).

Dunque, il dubbio che da settimane ormai ci attanaglia è il seguente. Poiché l’attuale situazione mondiale, definita “pandemica” pochi giorni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è lungi dall’essere in una fase calante o tanto meno prevedibile nei suoi sviluppi futuri; data la carenza di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) che ci vengono forniti in forma razionata, e dunque spesso in quantità insufficiente (per tacere dei dubbi, già sollevati da alcuni medici, riguardo all’efficacia delle “mascherine chirurgiche”); impossibilitati per la stessa natura del nostro lavoro a poterci attenere alle indicazioni del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’11 Marzo 2020 rispetto al “mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro”. Visto, ancora, che ci è stato chiesto di “resistere”, come fossimo eroi ed eroine “della domenica”, al fine di mantenere in funzione un servizio, il SAD, ritenuto “essenziale” tout court, sulla base di criteri ancora oggi a noi oscuri; dato, infine, che né le Istituzioni (AUSL e Comune) né la Cooperativa per cui lavoriamo, né il Consorzio di cui essa fa parte, finora hanno mostrato alcun interesse a definire tali criteri confrontandosi con noi professionisti, utilizzando ad esempio strumenti quali:

  1. la rimodulazione degli interventi domiciliari;
  2. la distinzione tra interventi veramente “essenziali”, perché volti alla soddisfazione di bisogni primari, ed interventi che possono essere sospesi in quanto basati, come spesso accade nel SAD Disabili Adulti, su progetti educativi di “socializzazione ed attività sul territorio” (la cui prosecuzione appare quanto mai fuori luogo, per non dire grottesca, in questo momento in cui le città sono blindate e a un passo dal coprifuoco); oppure su bisogni di persone parzialmente autosufficienti, che sono differibili o di cui, in molti casi, si potrebbero fare carico i familiari o altri care givers (spese, pulizie, interventi di monitoraggio/socializzazione), per quanto riguarda il SAD Anziani;
  3. la riduzione della durata degli interventi domiciliari e la razionalizzazione degli orari degli stessi, al fine di evitare una pericolosa sovraesposizione dell’utenza e degli operatori (costretti a muoversi da un punto all’altro della città e talvolta dovendo usufruire del servizio di trasporto pubblico) al rischio di contagio.
  4. l’utilizzo degli ammortizzatori sociali previsti dalla Legge e dall’accordo raggiunto dalle “parti sociali” riguardo al Terzo Settore, per compensare eventuali riduzioni dell’orario di lavoro, dovute tanto alla suddetta ridefinizione degli interventi quanto in generale agli effetti dell’emergenza sanitaria in corso (rinuncia al servizio di una parte degli utenti etc.); è inaccettabile che a questo fine possano essere utilizzate flessibilità oraria, permessi o ferie obbligatori e simili. Così come in generale è inaccettabile il ricatto “salute o reddito”.

Posto tutto ciò, ci chiediamo: si sta facendo tutto il possibile per farci lavorare in sicurezza? Si stanno mettendo gli operatori del SAD in condizione di poter svolgere il loro lavoro? Si sta perseguendo realmente il fine della salvaguardia della salute ed il benessere di vita della nostra utenza? Le Istituzioni e l’Ente gestore stanno agendo in modo responsabile, al netto del fatto di doversi allineare alle disposizioni emanate con l’ultimo Decreto?

Ad esempio, l’Art. 7 del DPCM 9 Marzo 2020 in materia di Sorveglianza sanitaria, non impone l’obbligo di quarantena agli operatori sanitari e a quelli dei servizi pubblici essenziali che siano entrati in contatto con soggetti risultati positivi al COVID-19, prevedendo per questi operatori la sospensione dell’attività lavorativa soltanto in caso di “sintomatologia respiratoria o esito positivo per COVID-19”? (Tra l’altro, dal momento che i cosiddetti tamponi vengono fatti solo a chi presenta sintomi gravi, questa seconda specificazione è puramente formale!). Applicata al nostro settore, e data l’attuale carenza di dispositivi di protezione, questa misura rasenta la follia!

Riteniamo che ci sia stato un vuoto comunicativo, un’assenza totale di reazione ed evoluzione all’interno del Servizio in cui lavoriamo, e temiamo che tale condizione di lassismo non sia stata casuale, tutt’altro!

Abbiamo la netta impressione che, come spesso accade, dietro a questa scelta basata sostanzialmente sull’immobilismo da parte di Istituzioni e Cooperative sociali, ci siano ragioni di tipo puramente economico. Questa semplice deduzione ed il fremito di rabbia che provoca in noi lavoratori e lavoratrici, è più che sufficiente a far innalzare il nostro livello di stress sul posto di lavoro e nella nostra vita privata. Come purtroppo abbiamo potuto apprendere in questi giorni lo stress aumenta l’incidenza della malattia COVID-19 sulla salute del contagiato.

In definitiva, se il lavoro sul campo deve continuare, ebbene ciò deve avvenire in un clima di collaborazione, ricerca di strategie sostenibili (non solo nell’ottica dei costi economici), protezione, senso di responsabilità e, lo sottolineiamo, trasparenza!

Alle nostre domande di chiarimento, ci è stato risposto: “Navighiamo a vista, non sappiamo cosa dirvi, ma avete le spalle larghe!”. E così noi continuiamo a lavorare, come sempre con impegno e responsabilità, ma con la tensione indotta dalla paura di essere veicoli di trasmissione della malattia, dal terrore di portarci a casa un nemico invisibile per aver preso l’autobus sbagliato o aver fatto una partita a briscola di troppo a casa dell’utente; quando sarebbe sufficiente una ristrutturazione completa del servizio SAD per ridurre entro limiti ragionevolmente accettabili la nostra esposizione, e quella dell’utenza, al contagio.

Siamo stati abbandonati, ecco tutto!

Alla luce di tutto ciò, noi Educatori ed Educatrici Professionali e OSS del servizio SAD Anziani e Disabili Adulti, operanti sul territorio di Bologna, cercheremo di autotutelarci e tutelare l’utenza nei modi che riterremo più opportuni, nei limiti consentiti dalla Legge, e ci stringeremo uniti attorno al diritto di vederci riconosciute tutte le ore di lavoro che abbiamo perso e che perderemo nelle prossime settimane.

Siamo professionisti, non eroi ed eroine, né tantomeno volontari o martiri!

- Un gruppo di operatori ed operatrici del SAD Anziani e Disabili adulti del Comune di Bologna -

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